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Progetto di vita: la svolta della riforma disabilità

Data di pubblicazione 18 Marzo 2026
Tempo di lettura Lettura 5 minuti

Non è solo una riforma tecnica. È un cambio di sguardo.

Con il decreto legislativo n. 62/2024, l’Italia avvia una trasformazione profonda del modo in cui la disabilità viene definita, valutata e accompagnata nei servizi. Un cambiamento che, almeno nelle intenzioni, sposta il baricentro: dalla patologia alla persona, dall’assistenza alla partecipazione, dalla certificazione ai diritti.

Al centro di questo nuovo impianto c’è uno strumento chiave: il progetto di vita, destinato a ridefinire il rapporto tra persona, servizi e istituzioni.

Dalla diagnosi alla persona

La prima vera rottura riguarda il concetto stesso di disabilità.

Per anni il sistema italiano ha letto la disabilità principalmente attraverso una prospettiva medico-legale: percentuali, tabelle, classificazioni, livelli di gravità. Con la riforma, questo approccio viene superato. La disabilità non è più solo una condizione individuale, ma il risultato dell’interazione tra una persona e il contesto in cui vive.

Non si tratta più solo di descrivere una condizione clinica, ma di comprendere quali barriere una persona incontra e quali sostegni sono necessari per vivere pienamente.

È un passaggio che recepisce la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e che cambia il senso delle politiche pubbliche: il focus si sposta sull’ambiente e sulla sua capacità di includere.

Dai livelli di gravità ai livelli di sostegno

Uno dei cambiamenti più concreti riguarda il superamento delle classificazioni tradizionali basate sulla gravità.

Al loro posto viene introdotta una nuova logica: i livelli di sostegno.

Non si tratta più di etichettare una persona, ma di individuare in modo più preciso quali supporti sono necessari. Il sistema distingue diversi livelli — da lieve a molto elevato — che servono a orientare l’attivazione degli interventi.

È un cambio importante:
l’attenzione si sposta dalla classificazione alla risposta concreta ai bisogni di sostegno.

Una valutazione unica, meno frammentata

Un altro nodo centrale è la semplificazione delle procedure.

Oggi, chi vive una condizione di disabilità si confronta spesso con percorsi complessi e frammentati. La riforma introduce una valutazione di base unica, affidata all’INPS, con l’obiettivo di ridurre duplicazioni e passaggi burocratici.

Il risultato sarà un certificato unico, valido per più finalità: accesso ai servizi, prestazioni, agevolazioni.

Ma la vera novità non è solo organizzativa: è anche il modo in cui si valuta.

Non solo diagnosi: entra in gioco la vita quotidiana

Il nuovo sistema integra strumenti internazionali come l’ICF, che permettono di analizzare non solo la condizione di salute, ma il funzionamento della persona nei contesti di vita.

A questo si aggiunge il punto di vista diretto della persona, attraverso strumenti che raccolgono le esperienze e le difficoltà incontrate nella quotidianità.

In questo modo, la valutazione diventa più aderente alla realtà: non si limita a descrivere una condizione, ma prova a comprendere come quella condizione incide sulla partecipazione alla vita sociale.

L’accomodamento ragionevole diventa diritto concreto

Un altro elemento chiave della riforma è il riconoscimento pieno dell’accomodamento ragionevole.

Si tratta di adattamenti, modifiche o soluzioni specifiche che permettono alla persona con disabilità di esercitare i propri diritti su base di uguaglianza.

La novità è che questo principio entra in modo strutturato nel sistema: non è più un’eccezione, ma uno strumento concreto per rendere effettiva l’inclusione.

Il cuore della riforma: il progetto di vita

La vera svolta è il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato.

Non è un semplice documento, ma un processo che parte dai desideri, dalle scelte e dalle aspirazioni della persona.

Il progetto di vita riguarda tutti gli ambiti dell’esistenza:

  • abitare

  • lavoro

  • istruzione

  • relazioni

  • tempo libero

  • salute

Non sono più solo i servizi a definire i percorsi: la persona diventa protagonista delle decisioni che la riguardano.

È un passaggio fondamentale:
dalla presa in carico alla autodeterminazione.

Una valutazione multidimensionale

Per costruire il progetto di vita è prevista una valutazione multidimensionale, che tiene insieme diversi aspetti:

  • salute

  • contesto sociale

  • ambiente abitativo

  • relazioni

  • obiettivi personali

Non basta sapere quali sono le condizioni di salute: è necessario comprendere che tipo di vita la persona desidera costruire.

Questo implica anche una partecipazione attiva della persona nei processi decisionali, con eventuali supporti, ma senza sostituzioni.

Il budget di progetto: risorse costruite intorno alla persona

Un’altra innovazione è il budget di progetto, che coordina tutte le risorse necessarie: servizi, interventi, tecnologie, supporti umani.

L’obiettivo è superare la rigidità dei sistemi standardizzati e costruire soluzioni più flessibili, adattate alla singola persona.

Non più “quali servizi disponibili”, ma quali risorse servono davvero per sostenere il progetto di vita.

Un sistema più integrato

La riforma punta anche a superare la frammentazione tra ambiti diversi: sanitario, sociale, educativo e lavorativo.

Il progetto di vita diventa lo strumento che connette questi livelli, favorendo un lavoro più coordinato tra i servizi e valorizzando anche il ruolo del Terzo settore.

Tempi e attuazione

Il nuovo sistema sarà introdotto gradualmente:

  • alcune norme sono operative dal 2024

  • tra 2025 e 2026 è prevista una fase di sperimentazione

  • il sistema entrerà a regime su tutto il territorio nazionale dal 2027

Nel frattempo, restano garantiti tutti i diritti già acquisiti.

La vera sfida: renderla concreta

Sulla carta, la riforma è ambiziosa.

Promette meno burocrazia, più integrazione, maggiore attenzione alla persona e ai suoi diritti. Ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di tradurre questi principi nella pratica quotidiana.

Serviranno risorse, formazione, coordinamento tra servizi e un cambiamento culturale.

Perché la vera trasformazione non riguarda solo le procedure.

Riguarda il modo in cui si guarda alla disabilità:
non più come qualcosa da gestire, ma come una dimensione della vita da riconoscere, sostenere e includere.

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