Vai al contenuto

Gerry Scotti e insegnanti di sostegno: scatta la bufera

Data di pubblicazione 2 Aprile 2026
Tempo di lettura Lettura 4 minuti

Non tutte le polemiche nascono uguali. Alcune si spengono nel giro di poche ore, altre restano perché toccano qualcosa di più profondo.

La frase pronunciata da Gerry Scotti — “accetti quello che passa il convento” — rientra nella seconda categoria. Non per la sua gravità in sé, ma perché ha fatto emergere un pensiero diffuso, sedimentato, quasi automatico.

Un pensiero che riguarda il sostegno scolastico e chi lo fa: insegnanti, professionisti e professioniste che lavorano ogni giorno con studenti e studentesse con disabilità e neurodivergenze.

Il punto non è la gaffe. È il sistema che la rende credibile

A riportare la discussione su un piano concreto è stata l’Associazione APS Asperger, attraverso una lettera firmata dalla presidente Marie Helene Benedetti.

Il messaggio è chiaro: non è una questione di parole fuori posto. È una questione strutturale.

Perché se una battuta del genere non suona assurda, è perché descrive — anche solo in parte — una realtà che esiste. Una realtà in cui il sostegno, troppo spesso, viene percepito come un’opzione temporanea, una soluzione di passaggio, un modo per “entrare” nella scuola.

Non da tutte e tutti. Ma abbastanza da diventare un problema sistemico.

Due realtà che convivono (ma non hanno lo stesso peso)

Da un lato ci sono insegnanti di sostegno che scelgono questo ruolo con consapevolezza, che si formano, che costruiscono continuità, che sviluppano competenze complesse.

Dall’altro lato, c’è un sistema che non sempre valorizza questa scelta e che, in molti casi, permette — e talvolta incentiva — percorsi discontinui, non strutturati, precari.

Il risultato è una convivenza fragile: eccellenza e improvvisazione nello stesso spazio.

E quando queste due dimensioni coesistono senza equilibrio, il rischio è che a prevalere sia la seconda.

Chi paga davvero non è il sistema. Sono studenti e studentesse

Il punto più duro, quello che l’associazione mette nero su bianco, riguarda le conseguenze.

Perché ogni volta che il sostegno non è stabile, non è competente, non è costruito nel tempo, qualcuno ne paga il prezzo.

Studenti e studentesse autistici, studenti e studentesse con ADHD, con disabilità complesse, con bisogni educativi che richiedono continuità, relazione, metodo.

E invece si ritrovano spesso a ripartire da zero. Nuove persone, nuovi approcci, nuove incertezze.

Non è solo una difficoltà organizzativa. È una perdita reale: di tempo, di fiducia, di possibilità.

Perché alcune traiettorie, se interrotte, non si recuperano.

Nei GLO si vede tutto (e non sempre funziona)

I Gruppi di Lavoro Operativo per l’inclusione dovrebbero essere il luogo della progettazione condivisa, della competenza, della visione.

E invece, troppo spesso, diventano il luogo in cui emergono le lacune.

Docenti che non conoscono davvero il PEI, difficoltà nella gestione delle dinamiche educative, approcci disallineati, aspettative basse o confuse.

Non per mancanza di impegno individuale, ma per assenza di una struttura solida alle spalle.

Un sistema che non forma in modo uniforme, non accompagna, non garantisce continuità.

Il problema del linguaggio: quando normalizzi, smetti di vedere

La frase di Scotti è stata detta in televisione. Ed è questo che la rende rilevante.

Perché il linguaggio pubblico ha un effetto preciso: definisce ciò che è accettabile.

Dire che si “accetta quello che passa il convento” significa trasformare una criticità in qualcosa di ordinario. Di inevitabile.

E quando qualcosa diventa ordinario, smette di essere messo in discussione.

È qui che la polemica diventa utile: non per colpire una persona, ma per rimettere a fuoco il problema.

Le scuse non bastano se il contesto resta uguale

Le scuse sono arrivate. Ma non è questo il punto.

Perché non è una questione individuale. È una questione culturale e professionale.

È il fatto che quella frase non abbia creato, immediatamente, una frattura evidente.

Che sia passata come plausibile.

Inclusione dichiarata, inclusione fragile

L’Italia continua a definirsi un modello di inclusione. E, in molti casi, lo è davvero.

Ma tra il principio e la pratica c’è una distanza che non può più essere ignorata.

Finché il sostegno sarà percepito — anche solo in parte — come una soluzione temporanea, come un passaggio, come qualcosa che si “accetta”, l’inclusione resterà incompleta.

E nel frattempo, mentre il sistema si racconta meglio di quanto funzioni, studenti e studentesse continuano a muoversi dentro un equilibrio instabile.

E sì, qualcuno resta indietro.

Non per caso. Ma per struttura.

Ritrova tutti gli articoli!

Seguici anche sui nostri social Facebook e Instagram!

Condividi:
Articoli correlati

Altri articoli che potrebbero interessarti