Dalla musica al cinema, passando per un’esperienza che va oltre la recitazione. A pochi giorni dall’uscita su Netflix di Non abbiam bisogno di parole, disponibile dal 3 aprile, Sarah Toscano racconta un debutto che segna non solo una nuova fase artistica, ma anche un incontro diretto con il tema dell’inclusione e della comunicazione.
Dopo la vittoria ad Amici e l’esperienza a Sanremo, la giovane artista si misura per la prima volta con il grande schermo, dichiarando apertamente il desiderio di proseguire anche nel mondo della recitazione. Un percorso che guarda a un modello internazionale, in cui musica e cinema si intrecciano.
Il film è l’adattamento italiano di La Famille Bélier, grande successo del cinema francese, già riletto in chiave internazionale con CODA – I segni del cuore, vincitore del Premio Oscar. Una storia che ha attraversato confini e linguaggi, trovando ora una nuova forma nel contesto italiano.
Un ruolo tra identità e scelta
Nel film, Sarah Toscano interpreta Eletta, una ragazza di sedici anni che vive una condizione particolare: è una CODA, acronimo di Child of Deaf Adults, ovvero figlia udente di genitori con sordità.
Il personaggio si muove in un equilibrio delicato tra responsabilità e desiderio di autonomia. Cresciuta all’interno di una famiglia in cui la comunicazione con l’esterno passa spesso attraverso di lei, Eletta si trova a svolgere un ruolo fondamentale: è interprete, supporto e punto di contatto con una società che non è ancora pienamente accessibile.
La scoperta del canto apre però una possibilità nuova, una voce personale che la porta a interrogarsi sul proprio futuro. Da una parte il legame con la famiglia, dall’altra il bisogno di costruire un percorso indipendente.
Un set inclusivo
Uno degli elementi più significativi del film riguarda la scelta di coinvolgere attori e attrici con sordità nei ruoli principali. Una decisione che segna un passaggio importante nel panorama cinematografico italiano, ancora poco abituato a rappresentazioni autentiche e partecipate.
La famiglia protagonista è infatti interpretata da persone con sordità anche nella vita reale, in un lavoro costruito con attenzione e supportato da una consulenza specifica sui temi trattati.
Un approccio che restituisce maggiore credibilità alla narrazione e contribuisce a spostare lo sguardo dalla rappresentazione alla partecipazione.
L’apprendimento della LIS
Per prepararsi al ruolo, Sarah Toscano ha intrapreso un percorso di studio della Lingua dei Segni Italiana (LIS) durato tre mesi. Un’esperienza che ha avuto un impatto non solo tecnico, ma anche umano.
Sul set, il confronto con colleghi e colleghe con sordità ha permesso all’attrice di entrare in contatto con modalità comunicative diverse, spesso poco conosciute.
Tra gli aspetti che più l’hanno colpita, un elemento apparentemente semplice ma significativo: nella comunicazione in LIS non si guarda alle mani, ma agli occhi. È nello sguardo che passa la relazione.
Allo stesso modo, anche il modo di richiamare l’attenzione cambia: non attraverso la voce, ma attraverso le vibrazioni, ad esempio battendo su un tavolo.
Oltre il racconto
Non abbiam bisogno di parole si inserisce in un filone narrativo che mette al centro il rapporto tra identità, famiglia e autodeterminazione, ma aggiunge un elemento ulteriore: la riflessione sull’accessibilità e sulla rappresentazione.
In un contesto in cui l’inclusione è ancora una sfida aperta, il film prova a costruire uno spazio di racconto più aderente alla realtà, dando voce – in senso ampio – a esperienze che raramente trovano spazio nel mainstream.
Per Sarah Toscano, questo debutto rappresenta quindi non solo un passaggio artistico, ma anche un primo confronto con un linguaggio e una prospettiva che interrogano il modo stesso di comunicare.
E forse è proprio da qui che parte la riflessione più interessante: non sempre servono parole per raccontare una storia. Ma serve, sempre, la volontà di ascoltare.
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