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Risvolte: a Torino il festival che ripensa i corpi e l’accessibilità

Data di pubblicazione 8 Aprile 2026
Tempo di lettura Lettura 4 minuti

Ci sono festival che si guardano.
E poi ci sono festival che ti costringono a guardarti.

Risvolte, il festival dei femminismi di ieri e di oggi in arrivo a Torino, nasce da una domanda semplice solo in apparenza: che cosa significa essere femministə oggi?
Ma basta fermarsi un attimo perché quella domanda si allarghi. Perché inizi a riguardare i corpi, tutti i corpi. E soprattutto quelli che più spesso restano fuori.

Perché parlare di femminismi, oggi, significa anche questo: interrogarsi su quali corpi sono visibili, quali sono ascoltati e quali invece devono ancora chiedere spazio.

Corpi che non rientrano

Non tutti i corpi attraversano lo spazio allo stesso modo.
Non tutti i corpi sono pensati quando si costruisce un evento, un luogo, una relazione.

I corpi delle persone con disabilità, troppo spesso, restano ai margini di questi immaginari. Invisibili oppure iper-visibili, ma raramente riconosciuti come soggetti complessi, desideranti, autodeterminati.

Eppure è proprio da lì che il discorso si apre davvero.

Perché la disabilità rompe l’illusione di un corpo unico, neutro, “giusto”.
Mostra che quella normalità è una costruzione. E che tutto — dagli spazi ai tempi, dai linguaggi alle relazioni — è progettato attorno a un’idea limitata di corpo.

Risvolte non risolve questa tensione. Ma la rende visibile. E già questo cambia tutto.

L’accessibilità come processo, non come etichetta

Il festival lo dice chiaramente: lo spazio scelto non è completamente accessibile.
Non lo nasconde, non lo edulcora.

E proprio in questa ammissione si apre uno spazio politico.

Perché l’accessibilità qui non è una parola da mettere in locandina, ma una pratica che si costruisce — imperfetta, parziale, in divenire.

Interpretariato LIS per talk e laboratori, spazi di decompressione, attenzione alla stimolazione sensoriale, possibilità di segnalare esigenze specifiche: non sono dettagli tecnici, ma tentativi concreti di immaginare uno spazio diverso.

Uno spazio che non chieda alle persone di adattarsi completamente, ma che provi — almeno in parte — ad adattarsi a loro.

Il corpo come espressione, non come limite

Dentro Risvolte, il corpo non è mai solo presenza. È linguaggio.

Lo è nei laboratori, nelle pratiche relazionali, nelle performance.
Lo è quando si parla di sguardo, quando si lavora sul contatto, quando si attraversano modalità diverse di percepire e stare.

Per chi vive una condizione di disabilità, questo ha un peso specifico.

Perché il corpo, troppo spesso, viene raccontato come limite, come mancanza, come qualcosa da correggere.
Qui invece diventa spazio di espressione e autodeterminazione.

Nel laboratorio sensoriale di Associazione ConTatto, ad esempio, la percezione diventa esperienza condivisa, non deviazione dalla norma.
Nel lavoro teatrale di Gloria Cuminetti, stare nello sguardo significa poter regolare distanza, presenza, relazione — senza forzature.

E anche un gesto come il ricamo, storicamente legato al controllo e alla disciplina dei corpi, viene ribaltato: diventa pratica collettiva, aperta, attraversabile.

Piccoli spostamenti. Ma radicali.

Autodeterminazione: esserci, senza chiedere il permesso

C’è una parola che attraversa tutto questo, anche quando non viene nominata esplicitamente: autodeterminazione.

Perché poter abitare uno spazio con il proprio corpo — così com’è — è già una forma di autodeterminazione.

Non dover spiegare.
Non dover giustificare.
Non dover adattarsi continuamente per essere accettatə.

Per le persone con disabilità, questo non è scontato.

E allora ogni scelta — dalla presenza della LIS alla costruzione di spazi più accoglienti — diventa qualcosa di più di un servizio: diventa una presa di posizione su chi ha diritto di esserci davvero.

Un festival che non semplifica

Risvolte non è un festival rassicurante.
Non propone un’inclusione perfetta, né una narrazione già risolta.

È piuttosto uno spazio che tiene insieme le contraddizioni.

Da un lato il desiderio di essere accessibile.
Dall’altro i limiti concreti dello spazio.
Nel mezzo, un lavoro continuo, fatto di tentativi, ascolto, aggiustamenti.

E forse è proprio qui che si gioca la sua forza.

Perché invece di fingere che tutto sia già inclusivo, sceglie di mostrare quanto lavoro c’è ancora da fare.

Guardare da un altro punto di vista

Alla fine, Risvolte fa una cosa semplice e radicale insieme:
sposta lo sguardo.

Chiede di guardare i corpi non come deviazioni dalla norma, ma come punti di partenza.
Non come problemi da includere, ma come prospettive da cui ripensare lo spazio.

E allora la domanda iniziale cambia forma.

Non è più solo: che cosa significa essere femministə oggi?
Ma diventa: che cosa significa costruire spazi in cui tutti i corpi possano esistere, senza condizioni?

Forse la risposta non è immediata.
Ma è esattamente il tipo di domanda che vale la pena attraversare.

Per iscriversi, clicca questo link.

Programma del festival:

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