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Disabilità e lavoro: la critica di Tomirotti al 1° maggio di Meloni

Data di pubblicazione 5 Maggio 2026
Tempo di lettura Lettura 5 minuti

Il 1° maggio dovrebbe essere il giorno in cui la politica si misura con il lavoro reale. Quello fragile, quello precario, quello che non regge la retorica. E invece, anche quest’anno, è diventato altro.

A sollevare la questione è stata la giornalista e attivista Valentina Tomirotti, che ha criticato la scelta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni di trascorrere la Festa dei lavoratori presso PizzAut, realtà che impiega persone nello spettro autistico. Una visita accolta con entusiasmo mediatico, ma che — proprio per questo — merita di essere letta con più attenzione.

Perché il punto non è il luogo. È ciò che quel luogo permette di non vedere.

Il 1° maggio come racconto: cosa si mostra e cosa si evita

PizzAut è una buona pratica. È un progetto che ha creato lavoro, visibilità, possibilità. Ma non è il lavoro. È una sua rappresentazione selezionata.

E quando una giornata come il 1° maggio viene costruita attorno a un simbolo così potente, succede qualcosa di preciso: il conflitto sparisce.

Non si parla più di lavoro povero, di contratti precari, di disoccupazione. Non si parla nemmeno delle difficoltà strutturali che incontrano la maggior parte delle persone con disabilità nel mondo del lavoro. Si parla di un modello che funziona. Di una storia che rassicura.

Ma è proprio qui che la critica di Tomirotti diventa centrale: quando il simbolo prende il posto della realtà, il rischio è quello di trasformare una questione politica in una narrazione emotiva.

I numeri che restano fuori dal racconto

Per capire questa distanza, basta guardare alcune scelte politiche degli ultimi anni.

Nel 2023, il governo ha ridotto di circa 350 milioni di euro il Fondo per le politiche in favore delle persone con disabilità, destinando quelle risorse ad altre voci di bilancio. Una decisione giustificata con la mancata spesa dei fondi, ma che ha lasciato aperta una domanda fondamentale: perché non reinvestirli nello stesso ambito, invece di sottrarli?

Nella successiva legge di bilancio, diversi strumenti di sostegno sono stati accorpati in un Fondo unico per l’inclusione, con una dotazione inferiore rispetto alla somma dei fondi precedenti. Tra questi:

  • il fondo per il caregiver familiare, già storicamente insufficiente;
  • le risorse per l’autonomia e la comunicazione nelle scuole;
  • fondi specifici destinati alle persone autistiche, che hanno perso una loro destinazione vincolata.

Il risultato è un sistema più generico, meno mirato, e spesso meno accessibile per chi ha bisogni specifici.

A questo si aggiunge un dato strutturale: in Italia, il tasso di occupazione delle persone con disabilità resta significativamente più basso rispetto alla media nazionale, mentre la legge sul collocamento mirato continua a essere aggirata o applicata in modo disomogeneo.

Eppure, di tutto questo, nel racconto del 1° maggio non c’è traccia.

Quando il lavoro diventa “straordinario”

Uno degli elementi più discussi è stata la definizione di “lavoratori straordinari” utilizzata durante la visita.

È una frase che sembra positiva, ma che apre una questione più profonda. Perché il lavoro delle persone con disabilità dovrebbe essere “straordinario”? Perché viene percepito come eccezione, e non come diritto?

Questo tipo di narrazione rientra in una dinamica ben nota: quella dell’inspiration porn. Una rappresentazione in cui le persone disabili diventano fonte di ispirazione semplicemente per il fatto di vivere e lavorare.

Il problema non è la visibilità. È il tipo di visibilità.

Se il lavoro di una persona con disabilità viene raccontato come qualcosa di eccezionale, si rafforza implicitamente l’idea che non sia normale che accada. E questo, invece di includere, rischia di separare ancora di più.

Un modello che non basta

PizzAut funziona. Ma non è replicabile ovunque, né per tutti e tutte. Non tutte le persone autistiche possono o vogliono lavorare in un contesto simile. Non tutte hanno le stesse esigenze, le stesse competenze, gli stessi desideri. L’autismo è uno spettro, e il lavoro dovrebbe riflettere questa complessità.

Il rischio è che un modello positivo venga trasformato in paradigma, semplificando una realtà molto più articolata. Come se bastasse moltiplicare esperienze simili per risolvere un problema sistemico.

Ma l’inclusione non è un format. È una politica.

La frattura tra immagine e diritti

È qui che la critica diventa più ampia.

Da un lato, una comunicazione istituzionale sempre più attenta all’immagine, capace di costruire narrazioni efficaci, empatiche, condivisibili. Dall’altro, politiche che faticano a garantire diritti concreti, continuità, risorse adeguate.

Il rischio è che la disabilità venga utilizzata come dispositivo narrativo: qualcosa che serve a rassicurare, a mostrare attenzione, a costruire consenso. Ma che raramente diventa il centro di un intervento strutturale.

La domanda che resta

La questione sollevata da Valentina Tomirotti non riguarda solo una visita o una scelta comunicativa. Riguarda il modo in cui raccontiamo il lavoro, la disabilità e i diritti.

Perché il punto non è se sia giusto valorizzare esperienze positive. Il punto è cosa succede quando quelle esperienze diventano l’unico racconto disponibile.

E allora la domanda resta aperta: possiamo parlare di inclusione, se la maggior parte delle persone con disabilità continua a restare fuori dal lavoro?

Oppure stiamo solo imparando a raccontare meglio ciò che funziona, per non dover affrontare ciò che non funziona?

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