Le parole pronunciate da Massimo Giannini durante la trasmissione diMartedì hanno acceso un dibattito che va ben oltre la singola polemica televisiva.
Nel corso del programma in onda su LA7, parlando della tenuta del governo e della sua capacità di agire, il giornalista ha utilizzato un paragone che ha immediatamente sollevato forti critiche sui social e da parte di diverse persone attive nel mondo della disabilità. “Se una persona passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile sulla carrozzina senza fare nulla, è inutile aver vissuto così tanto. La stessa cosa vale per il governo.”
La frase è stata percepita da molte persone come profondamente abilista, perché associa implicitamente la vita di una persona in carrozzina all’immobilità, all’inutilità e all’assenza di valore.
La FISH esprime perplessità per le parole del giornalista Massimo Giannini durante la trasmissione La7 “diMartedì” del 5 maggio 2026. L’utilizzo della condizione di disabilità come metafora negativa ha suscitato l’indignazione della Federazione e delle persone che rappresenta. pic.twitter.com/rwYHQt8atq
— FISH Ets (@fish_ets) May 7, 2026
La replica di Giannini
Dopo le critiche, Giannini è intervenuto pubblicamente attraverso X, sostenendo che le sue parole siano state estrapolate e distorte.
Secondo il giornalista, il ragionamento si inseriva all’interno di una riflessione sulla “longevità” e sull’“immobilità”, riprendendo un passaggio ironico di Luca e Paolo sul governo. Giannini ha dichiarato che il suo intervento “non presupponeva alcun giudizio di disvalore nei confronti delle persone, in qualunque condizione si trovino”.
Ha inoltre definito “vergognosa” la trasformazione delle sue parole in un insulto alle persone disabili o addirittura in “un inno all’eugenetica”, sostenendo che si tratti di una strumentalizzazione politica.
Nel messaggio pubblicato online, il giornalista ha anche aggiunto delle scuse rivolte a chi si fosse sentito offeso, spiegando di conoscere direttamente il tema della disabilità “anche per ragioni familiari”.
Il punto non è solo “cosa voleva dire”
La questione, però, per molte persone e associazioni, non riguarda esclusivamente le intenzioni personali di Giannini.
Il nodo centrale è il linguaggio utilizzato e l’immaginario che quel linguaggio continua a produrre.
Associare una persona in carrozzina all’idea di passività, immobilità o inutilità non è un episodio isolato. Fa parte di una narrazione molto più ampia, radicata culturalmente, in cui la disabilità viene ancora raccontata come sinonimo di limite assoluto, dipendenza o assenza di vita piena.
Ed è proprio questo il punto che molte persone attive nel disability activism hanno sottolineato nelle ore successive alla trasmissione: anche quando non c’è intenzione esplicita di insultare, alcune immagini e alcuni paragoni contribuiscono comunque a rafforzare stereotipi dannosi.
L’abilismo quotidiano
Negli ultimi anni, il termine “abilismo” è entrato sempre più nel dibattito pubblico. Indica quell’insieme di atteggiamenti, linguaggi e strutture sociali che considerano il corpo abile come standard implicito, relegando la disabilità a condizione “inferiore”, “tragica” o “mancante”.
Spesso l’abilismo non si manifesta attraverso insulti diretti, ma attraverso:
- metafore
- modi di dire
- accostamenti apparentemente innocui
È il motivo per cui molte persone hanno trovato problematico il passaggio televisivo di Giannini: non tanto per una presunta intenzione discriminatoria esplicita, quanto perché il paragone utilizzato si fonda sull’idea che una vita in carrozzina sia inevitabilmente una vita immobile e priva di valore.
Il peso delle parole nei media
Il caso riapre anche una riflessione sul ruolo dei media nella costruzione dell’immaginario sulla disabilità.
Televisione, giornali e talk show continuano spesso a oscillare tra due estremi:
- la persona disabile raccontata come “eroica”
- oppure la disabilità utilizzata come simbolo di immobilità, sofferenza o fallimento
In entrambi i casi, il rischio è lo stesso: non riconoscere la complessità reale delle persone.
Per questo motivo, le polemiche esplose attorno alle parole di Giannini non riguardano soltanto lui come individuo, ma un problema culturale molto più profondo, che attraversa il linguaggio pubblico italiano.
Tra scuse e responsabilità
Nel suo messaggio, Giannini ha chiesto scusa a chi si fosse sentito ferito dalle sue parole. Ma il dibattito che si è aperto mostra quanto oggi il tema della rappresentazione della disabilità sia diventato centrale anche nel discorso mediatico.
Non basta più sostenere di “non aver voluto offendere”. Sempre più persone chiedono un passo ulteriore: interrogarsi sull’effetto che certe parole producono, indipendentemente dalle intenzioni iniziali.
Perché il linguaggio non descrive soltanto la realtà.
Contribuisce anche a costruirla.
E quando una metafora collega la disabilità all’idea di inutilità o immobilità, il problema non riguarda soltanto una frase televisiva. Riguarda il modo in cui una società continua — spesso inconsapevolmente — a guardare i corpi disabili.
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