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ONU e disabilità: sparisce il riferimento LGBTQIA+

Data di pubblicazione 12 Maggio 2026
Tempo di lettura Lettura 4 minuti

Una risoluzione nata per rafforzare i diritti delle persone con disabilità si è trasformata, per molte associazioni, attivisti e attiviste, nel simbolo di una cancellazione politica precisa.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una nuova risoluzione sull’attuazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, un testo che affronta temi fondamentali come accessibilità, istruzione inclusiva, raccolta dati e tutela delle persone disabili in situazioni di rischio.

Ma il documento finale è arrivato all’approvazione senza un riferimento esplicito alle persone LGBTQIA+ con disabilità.

Una scelta che non viene letta come un dettaglio terminologico, ma come una decisione politica.

L’emendamento che ha cambiato il testo

La modifica è arrivata attraverso un emendamento guidato dall’Egitto e sostenuto dagli Stati Uniti insieme a diversi Paesi appartenenti all’Organizzazione della Cooperazione Islamica.

Il voto è passato con uno scarto minimo: 81 voti favorevoli, 77 contrari e 15 astensioni.

Nel testo iniziale della risoluzione veniva riconosciuto che le persone con disabilità possono affrontare “barriere amplificate” quando la disabilità si intreccia con altre forme di discriminazione, comprese quelle legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Quel passaggio è stato eliminato.

Perché questa scelta pesa

Formalmente, la risoluzione continua ad applicarsi a tutte le persone con disabilità. Ma il punto, secondo organizzazioni internazionali come ILGA World e Outright International, è un altro: cancellare un riferimento esplicito significa negare il riconoscimento delle discriminazioni multiple che colpiscono le persone LGBTQIA+ disabili.

Ed è proprio qui che emerge il nodo dell’intersezionalità.

Le discriminazioni non agiscono separatamente. Si intrecciano. Una persona può vivere contemporaneamente l’abilismo, l’omolesbobitransfobia, l’esclusione sociale, la marginalizzazione economica. Ignorare questo intreccio significa produrre politiche incomplete, incapaci di leggere la realtà delle persone.

Per molte attiviste e molti attivisti, ciò che è accaduto all’ONU rappresenta quindi qualcosa di più di una modifica lessicale: è una forma di invisibilizzazione istituzionale.

L’idea del “corpo neutro”

La questione tocca anche un altro tema storico nei disability studies: l’idea che le persone con disabilità siano soggetti e soggette “asessuati”, privi di desiderio, identità sessuale o complessità relazionale.

Cancellare il riferimento alle persone LGBTQIA+ disabili significa, implicitamente, perpetuare questa narrazione.

Come hanno evidenziato molte realtà attive sui diritti umani, il rischio è rafforzare l’idea che una persona con disabilità possa essere riconosciuta solo nella propria condizione di disabilità, ma non nella propria identità di genere o orientamento sessuale.

È una separazione artificiale, che frammenta le esperienze e rende alcune soggettività meno visibili, meno nominabili, meno tutelabili.

Un clima politico globale

La decisione dell’ONU non arriva in un vuoto politico.

Negli ultimi anni, il tema dei diritti LGBTQIA+ è diventato terreno di scontro in diversi contesti internazionali, dagli Stati Uniti all’Europa fino a numerosi Paesi mediorientali e africani.

Nel caso dell’Egitto, organizzazioni internazionali per i diritti umani denunciano da anni un contesto fortemente repressivo nei confronti delle persone LGBTQIA+, tra arresti, persecuzioni e criminalizzazione indiretta attraverso leggi sulla “moralità pubblica”.

La rimozione del riferimento alle persone LGBTQIA+ disabili viene quindi letta da molte associazioni come parte di un clima politico più ampio, segnato da crescenti resistenze verso il riconoscimento esplicito delle soggettività queer nei documenti internazionali.

La contraddizione della Convenzione

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità nasce con un obiettivo preciso: garantire il pieno godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte di tutte le persone con disabilità, contrastando discriminazioni e barriere sociali.

Per questo motivo, la scelta dell’Assemblea Generale appare a molte organizzazioni come una contraddizione politica evidente.

Un testo che dichiara di voler “non lasciare indietro nessuno” mentre elimina il riferimento a una parte specifica della popolazione disabile rischia infatti di indebolire il principio stesso di universalità dei diritti umani.

Non solo simboli

Le risoluzioni ONU non hanno sempre effetti immediatamente vincolanti, ma il loro peso simbolico e politico è enorme. Influenzano linguaggi istituzionali, politiche nazionali, programmi internazionali e strategie delle organizzazioni.

Per questo motivo, la cancellazione delle persone LGBTQIA+ disabili dal testo finale viene percepita come un precedente pericoloso.

Perché quando un’identità sparisce dai documenti internazionali, il rischio è che sparisca anche dalle politiche pubbliche, dalle raccolte dati, dai programmi di tutela e dalle priorità istituzionali.

La domanda che resta

Quello che è accaduto all’ONU pone una questione più profonda: chi ha diritto a essere riconosciuto nella propria complessità?

Le persone LGBTQIA+ disabili esistono già. Esistono nelle comunità, nei movimenti, nelle famiglie, nei territori. La loro realtà non cambia perché viene rimossa da un documento.

Ma le parole istituzionali contano. Perché stabiliscono chi è nominabile, chi è visibile e chi può essere considerato parte del discorso pubblico.

Ed è forse proprio questo il punto più duro della vicenda: una risoluzione nata per proteggere i diritti umani ha finito, almeno in parte, per delimitare quali vite meritano di essere riconosciute apertamente.

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