Per anni il termine utilizzato è stato caregiver, una parola inglese ormai entrata nel linguaggio comune per indicare chi assiste una persona non autosufficiente o con una malattia cronica. Ora, però, la lingua italiana accoglie un nuovo termine: “curacari”, una parola nata per dare un nome più vicino alla realtà emotiva e relazionale di chi ogni giorno si prende cura di un familiare.
Il neologismo, ideato dallo scrittore e giornalista napoletano Flavio Pagano, è stato riconosciuto dalla Treccani come “parola d’autore”, entrando ufficialmente nel patrimonio linguistico italiano.
Non si tratta solo di una sostituzione linguistica, ma di un cambio di prospettiva: dietro la parola “curacari” non c’è soltanto un ruolo assistenziale, ma un legame fatto di affetto, responsabilità e vicinanza.
Da caregiver a curacari: perché nasce una nuova parola
La parola nasce dall’esperienza personale di Flavio Pagano, che per dieci anni ha assistito la madre con Alzheimer.
Durante quel periodo l’autore ha sentito la necessità di trovare un termine capace di rappresentare meglio ciò che stava vivendo. Non si trattava semplicemente di “prestare assistenza”, ma di accompagnare una persona amata in una fase complessa della vita.
Come racconta Pagano: «Mi resi conto che stavo curando una persona cara e quindi ero un curacari».
Da questa riflessione nasce un termine che unisce due elementi fondamentali: cura e persona cara. Una parola che mette al centro non soltanto il compito svolto, ma soprattutto la relazione tra chi aiuta e chi riceve aiuto.
Una parola che supera la dimensione dell’assistenza
Il termine caregiver, pur essendo ormai molto diffuso, deriva dall’inglese e richiama principalmente una funzione: quella di chi si prende cura di qualcuno.
“Curacari” prova invece a restituire una dimensione più umana e personale. Chi svolge questo ruolo non è soltanto una figura di supporto nella gestione quotidiana della malattia o della non autosufficienza, ma una persona che spesso modifica la propria vita per stare accanto a un familiare.
Dietro questa parola ci sono milioni di storie fatte di tempo dedicato, decisioni difficili, presenza costante e spesso anche rinunce personali.
Il riconoscimento della Treccani rappresenta quindi anche un modo per dare maggiore visibilità a una realtà ancora poco riconosciuta.
In Italia milioni di persone svolgono il ruolo di curacari
Secondo i dati riportati, in Italia le persone che assistono familiari fragili sono oltre 5 milioni, con una prevalenza femminile: circa l’80% sono donne.
Un fenomeno strettamente collegato anche all’aumento delle condizioni di fragilità e delle malattie croniche. Solo considerando il decadimento cognitivo, le persone coinvolte sono circa 1,2 milioni, con un impatto significativo non solo sulla persona malata, ma sull’intero nucleo familiare.
Essere un curacari significa spesso occuparsi di aspetti molto diversi: accompagnare alle visite mediche, gestire terapie e pratiche burocratiche, supportare nelle attività quotidiane e garantire una presenza emotiva continua.
Un lavoro fondamentale che, nella maggior parte dei casi, viene svolto senza un vero riconoscimento sociale ed economico.
Il riconoscimento della parola diventa un riconoscimento delle persone
Flavio Pagano, che ha perso la madre nel 2017, continua a promuovere una maggiore attenzione verso chi vive questa esperienza.
La diffusione del termine “curacari” è stata sostenuta anche da esperti e associazioni impegnate nel campo delle demenze, entrando progressivamente in pubblicazioni, realtà assistenziali e organizzazioni dedicate alla cura.
L’autore ha inoltre dedicato il Premio Asi per la Cultura ricevuto recentemente proprio ai “curacari”, riconoscendo il valore di chi ogni giorno accompagna una persona cara attraverso la malattia o la fragilità.
Curacari: una parola che racconta amore, responsabilità e dignità
L’ingresso di “curacari” nella Treccani non è soltanto una novità linguistica. È il riconoscimento di una realtà sociale che coinvolge milioni di persone e che per troppo tempo è rimasta poco visibile.
Dare un nome a un’esperienza significa anche renderla più riconoscibile. E questa nuova parola prova a raccontare proprio questo: chi si prende cura di una persona amata non sta semplicemente svolgendo un compito, ma sta costruendo una relazione basata sulla presenza, sulla responsabilità e sull’affetto.
“Curacari” diventa così un termine che mette al centro non la malattia o la difficoltà, ma il valore umano della cura.
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