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Alex Zanardi e l’eredità lasciata allo sport paralimpico

Data di pubblicazione 10 Maggio 2026
Tempo di lettura Lettura 3 minuti

La sua preziosa handbike adagiata sui gradini dell’altare, i compagni della sua ultima avventura, quella paralimpica, a semicerchio attorno alla bara, una folla commossa sul selciato della Basilica di Santa Giustina a Padova. Sono gli ultimi flash di un’epopea da incorniciare, vissuta costantemente sul centesimo di secondo: quella di un’icona, Alex Zanardi.

Sfogliando un corposo album dei ricordi, altri elementi ricorrenti che saltano subito all’occhio sono da ricercarsi nella sua innata ironia, nella sua allegria, in quel sorriso parte integrante della sua espressione. Frame di vita quotidiana con cui lo ha voluto ricordare il figlio Niccolò nel corso del rito funebre.

Ricorda Zanardi junior: “Era sorridente e gioioso nei piccoli accadimenti della quotidianità, nel preparare un caffè come nell’impastare una pizza”. Evidenzia Niccolò, in un insegnamento paterno, come non ci sia bisogno di pensare alle grandi sfide, alle grandi vittorie per trovare sorrisi, gioie e gratificazioni; ma chi riesce a trovare tutto ciò anche nelle piccole cose quotidiane pone le basi per una vita meravigliosa.

È entrato nel movimento paralimpico nostrano in punta di piedi, prendendo a prestito qualche goccia d’ironia zanardiana, per divenirne presto l’uomo-copertina di un mondo non certo parco di personaggi.

In questo secondo atto della sua vita, perché la sua vita è stata uno spettacolo, Alex ha fatto incetta di sfide, di record, di vittorie, ma l’eredità che ha lasciato va oltre tutto questo. Un esercizio di non semplice fattura: racchiudere il lascito di Zanardi in un unico concetto.

Ha scardinato i canoni dell’immagine dell’atleta paralimpico, ha cambiato la narrazione dei grandi eventi a tre gocce. La memoria, in preda a forti “spasmi emotivi”, scorre una moltitudine di fotogrammi a ritroso per fermarsi ai Giochi di Londra 2012.

Alex Zanardi ha trionfato nel paraciclismo, vincendo la medaglia d’oro nella prova a cronometro, categoria H4, sul circuito di Brands Hatch, location tutt’altro che anonima per l’atleta bolognese, che lo aveva già visto protagonista sui bolidi della Formula 1.

È stata scattata lì, pochi minuti dopo il trionfo, in un crogiolo di emozioni tra presente e passato, la foto più iconica di una carriera multiforme e, sicuramente, tra le più emblematiche dell’intero romanzo paralimpico.

Lo scatto ritrae Zanardi nell’atto di sollevare, con una mano sola, la sua handbike in segno di giubilo, mettendo in mostra una fisicità e una vigoria inusuali nell’universo paralimpico.

Altra operazione singolare per il Movimento, messa in atto dall’atleta plurimedagliato, era quell’ironia, quell’autoironia strutturale che può facilmente assumere le sembianze di una buccia di banana, trasformandosi, in special modo nella percezione esterna, in una cascata di incidenti diplomatici.

Ma Zanardi era questo: abbatteva record e buttava giù tabù come birilli.

Quanti Zanardi sono stati vissuti. Oltre al pilota di Formula 1, di Formula Indy, all’atleta paralimpico, al conduttore tv, è stato un talent scout, un “costruttore” di atleti paralimpici: forse il ruolo meno conosciuto.

Con Obiettivo3, il progetto da lui stesso fondato nel 2017, si reclutano, si avviano e si sostengono le persone con disabilità nello sport paralimpico.

Raccontare Zanardi era esaltante e, allo stesso modo, semplice. È più facile scrivere in balia di forti emozioni, sensazioni immancabili con Alex.

Grazie Alex.

Unico rammarico: non essere riuscito ad assistere e a raccontare una prestazione zanardiana dal vivo.

 

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