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Carrozzina distrutta in aereo, Manuel Bortuzzo denuncia: “Sono le nostre gambe”

Data di pubblicazione 26 Agosto 2026
Tempo di lettura Lettura 7 minuti

Una vacanza in Africa, il volo di ritorno, l’arrivo a Fiumicino. E poi la scoperta che la propria carrozzina è stata distrutta durante il trasporto. Per l’atleta Manuel Bortuzzo, non è stato semplicemente un bagaglio danneggiato: è venuto meno, almeno temporaneamente, lo strumento che gli permette di muoversi, essere autonomo e vivere la propria quotidianità.

Ed è proprio qui che la vicenda smette di essere soltanto la storia di una disavventura aeroportuale e diventa una domanda molto più scomoda: quanto siamo davvero pronti a considerare la mobilità delle persone con disabilità un diritto e non un servizio accessorio?

La carrozzina arriva distrutta a Fiumicino

Manuel Bortuzzo era rientrato da una vacanza tra Zanzibar e Tanzania insieme alla fidanzata Serena Padovano. Il volo Ethiopian Airlines da Zanzibar a Roma, con scalo ad Addis Abeba, è durato circa nove ore. L’arrivo a Fiumicino è avvenuto la sera del 15 agosto.

La carrozzina era stata imbarcata in stiva. A Fiumicino, nell’area dedicata alla riconsegna degli ausili e dei bagagli speciali, è arrivata con danni tali da renderla inutilizzabile. Secondo quanto raccontato dallo stesso Bortuzzo, il telaio in carbonio era spezzato. L’atleta ha raccontato di averla consegnata al check-in a Zanzibar e di non aver potuto verificare come fosse stata sistemata nella stiva. Durante lo scalo ad Addis Abeba, inoltre, la carrozzina è stata trasferita sul secondo aereo.

Il problema è che, al momento, non è possibile stabilire con certezza dove e quando sia avvenuto il danneggiamento. Ed è proprio questo uno degli aspetti che dovranno essere chiariti.

Bortuzzo, intanto, ha presentato una pratica per chiedere il rimborso del danno e, nelle dichiarazioni rilasciate nei giorni successivi, ha riferito di non aver ancora ricevuto una risposta dalla compagnia.

“Sono le nostre gambe, la nostra libertà”

La frase scelta da Bortuzzo per raccontare quanto accaduto dice probabilmente più di qualsiasi comunicato: “Sono le nostre gambe, la nostra libertà”.

Non è una metafora.

Per una persona che utilizza una carrozzina, quel dispositivo non è un oggetto qualsiasi che può essere sostituito con una valigia nuova comprata il giorno dopo. È uno strumento costruito per consentire la mobilità e, spesso, adattato alle caratteristiche fisiche specifiche di chi lo utilizza.

Bortuzzo lo ha spiegato proprio partendo dalla propria situazione. Lui stesso ha riconosciuto di essere “fortunato” perché può contare su una seconda carrozzina. Ma ha posto la domanda che dovrebbe interessare tutti: cosa sarebbe successo a una persona che ne possiede una sola?

Se il danno fosse avvenuto all’andata, avrebbe significato trascorrere otto giorni lontano da casa senza il proprio ausilio.

E qui il concetto di “disservizio” comincia a stare stretto.

Una carrozzina non è una valigia

È forse questa la riflessione più importante lasciata dalla denuncia di Bortuzzo.

Nel sistema aeroportuale una carrozzina deve essere trasportata, movimentata, caricata e scaricata. Ma il fatto che venga materialmente gestita insieme ai bagagli non significa che abbia lo stesso significato per il passeggero.

Perdere una valigia significa perdere temporaneamente dei vestiti e degli oggetti personali.

Distruggere una carrozzina può significare togliere a una persona la possibilità di alzarsi dal letto, uscire di casa, andare al lavoro, andare in bagno, spostarsi autonomamente o semplicemente decidere dove andare.

È una differenza enorme.

Eppure proprio gli ausili per la mobilità continuano a essere esposti a danneggiamenti, ritardi e smarrimenti durante i viaggi aerei.

Uno studio internazionale pubblicato nell’agosto 2026 sul Journal of Air Transport Management, che ha analizzato 455 risposte di persone che utilizzano carrozzine e scooter per la mobilità, ha rilevato che il 67% degli intervistati aveva sperimentato il danneggiamento del proprio dispositivo durante un viaggio aereo. Il 58% aveva inoltre riportato ritardi nella riconsegna e il 37% la perdita di dispositivi o accessori. Gli autori sottolineano che le conseguenze possono essere molto pesanti, comprese spese di riparazione a carico del passeggero e persino la rinuncia a viaggiare.

Quindi no: quello che è successo a Bortuzzo non può essere liquidato soltanto come una sfortunata eccezione.

E non è soltanto una questione di soldi

Un possibile risarcimento può naturalmente essere fondamentale. Una carrozzina danneggiata deve essere riparata o sostituita e i costi possono essere molto elevati.

Ma ridurre tutto al rimborso economico sarebbe perdere il punto.

Quanto vale una settimana di autonomia persa?

Quanto vale il tempo necessario per trovare un ausilio sostitutivo? Quanto costa, anche psicologicamente, ritrovarsi improvvisamente dipendenti da altre persone per attività che fino a poche ore prima si svolgevano autonomamente?

Sono domande che raramente entrano nella narrazione del “bagaglio danneggiato”.

Eppure dovrebbero.

La stessa compagnia dichiara di garantire attenzione agli ausili

C’è anche un elemento che rende la vicenda particolarmente significativo.

Nel proprio documento dedicato all’accessibilità, Ethiopian Airlines afferma che le carrozzine manuali che non possono essere trasportate in cabina vengono sistemate nel compartimento cargo e che la compagnia facilita il controllo e la tempestiva riconsegna degli ausili alla mobilità. La stessa documentazione prevede inoltre che, in caso di perdita o danneggiamento, Ethiopian fornisca un risarcimento secondo quanto applicabile.

Questo non significa, naturalmente, stabilire oggi chi sia responsabile del danno alla carrozzina di Bortuzzo. Saranno gli accertamenti a doverlo chiarire.

Ma significa porre una domanda legittima: tra ciò che viene dichiarato nelle politiche di accessibilità e ciò che accade concretamente durante il viaggio, quanto è ancora grande la distanza?

I diritti esistono. Ma bastano se non vengono rispettati?

L’Unione europea riconosce specifiche tutele ai passeggeri con disabilità o a mobilità ridotta. La normativa europea prevede diritti specifici in materia di assistenza e protezione degli ausili per la mobilità, mentre la Commissione europea considera espressamente la perdita, la distruzione e il danneggiamento delle carrozzine tra le questioni coperte dalla disciplina sui diritti dei passeggeri.

E nel giugno 2026 Parlamento europeo e Consiglio hanno raggiunto un accordo politico per rafforzare ulteriormente i diritti dei passeggeri, prevedendo una maggiore protezione delle attrezzature essenziali per la mobilità delle persone con disabilità. Le nuove regole dovranno però essere formalmente adottate e pubblicate prima di diventare applicabili.

Il problema, dunque, non è soltanto scrivere norme migliori.

È fare in modo che quelle norme si traducano in pratiche quotidiane, responsabilità chiare e procedure realmente efficaci.

“Io sono fortunato”: la frase più importante della denuncia

Forse la parte più potente della vicenda di Bortuzzo è proprio quella in cui l’atleta mette da parte se stesso.

Avrebbe potuto limitarsi a denunciare il danno subito, chiedere un risarcimento e chiudere la questione.

Invece ha raccontato di aver ricevuto numerosi messaggi da persone che gli hanno descritto esperienze simili e ha scelto di rendere pubblica la vicenda anche per loro.

È questo che trasforma una storia individuale in una questione collettiva.

Perché la domanda non è soltanto: “Chi pagherà la carrozzina di Manuel Bortuzzo?”

La domanda dovrebbe essere: “Perché una persona dovrebbe considerarsi fortunata soltanto perché, quando le viene distrutto il proprio ausilio per la mobilità, ne possiede un altro?”

Non dovrebbe essere fortuna.

Dovrebbe essere garanzia.

Viaggiare non dovrebbe significare mettere in conto di perdere la propria autonomia

C’è una contraddizione che vale la pena evidenziare.

Da una parte si parla sempre più di turismo accessibile, di inclusione, di diritto alla mobilità e di abbattimento delle barriere. Dall’altra, per chi utilizza una carrozzina, persino salire su un aereo può significare affidare il proprio principale strumento di autonomia a una catena di movimentazione che non può controllare.

E quando qualcosa va storto, il passeggero si ritrova a terra, spesso letteralmente, con un problema che non può essere risolto semplicemente aspettando la consegna di un nuovo bagaglio.

La vicenda di Bortuzzo dovrebbe quindi servire a cambiare anche il linguaggio.

Non chiamarlo soltanto “disguido”.

Non è soltanto un inconveniente.

Per chi usa una carrozzina, distruggere quell’ausilio significa poter compromettere concretamente la libertà di una persona.

E forse è proprio questo il punto da cui dovrebbe partire qualsiasi ragionamento serio sull’accessibilità dei viaggi: una carrozzina non è qualcosa che accompagna una persona con disabilità. È ciò che, per molte persone, rende possibile muoversi nel mondo.

E se nel 2026 ancora non lo si è capito, il problema non è soltanto una carrozzina arrivata distrutta a Fiumicino.

Il problema è molto più grande.

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