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Caro carburanti e disabilità: quando la mobilità diventa una barriera

Data di pubblicazione 31 Agosto 2026
Tempo di lettura Lettura 9 minuti

Per qualcunə, scegliere se prendere l’auto o i mezzi pubblici è una questione di comodità. Per molte persone con disabilità, invece, quella scelta semplicemente non esiste.

Se il trasporto pubblico non è accessibile, non è sufficientemente frequente oppure non permette di raggiungere in tempi ragionevoli il luogo di lavoro, una struttura sanitaria, un centro di riabilitazione o un’università, l’automobile può diventare l’unica alternativa concreta. E quando il prezzo della benzina o del gasolio aumenta, a crescere non è soltanto una voce del bilancio familiare: può aumentare anche il costo necessario per esercitare diritti fondamentali.

È questa la questione sollevata da Vincenzo Falabella, presidente della FISH e consigliere CNEL, in un appello al Governo pubblicato nei giorni scorsi. Il tema è quello del caro carburanti, ma il problema che emerge è molto più ampio: quanto costa, oggi, essere autonomə quando muoversi con un mezzo privato è una necessità e non una scelta?

Se il trasporto pubblico non è un’alternativa

Il dibattito sul prezzo dei carburanti tende normalmente a concentrarsi sul suo impatto economico generale. Ma lo stesso aumento può avere conseguenze molto diverse a seconda delle possibilità che ogni persona ha a disposizione.

Chi può scegliere tra automobile, autobus, treno, metropolitana o bicicletta può eventualmente modificare le proprie abitudini quando il costo degli spostamenti aumenta. Per una persona con disabilità, invece, questa possibilità può essere fortemente limitata.

Ascensori non funzionanti, fermate non accessibili, mezzi privi di dispositivi funzionanti per la salita e la discesa, collegamenti insufficienti e servizi che richiedono prenotazioni anticipate possono rendere un tragitto quotidiano estremamente complicato. E il problema non riguarda soltanto le grandi città.

Nei piccoli Comuni e nelle aree interne, dove le alternative al mezzo privato possono essere ancora più scarse, raggiungere un ospedale, un centro di riabilitazione, un posto di lavoro o un istituto scolastico può richiedere necessariamente l’utilizzo dell’auto.

L’Istat ha evidenziato proprio il legame tra qualità dei servizi, accessibilità e disuguaglianze: quando i servizi non sono adeguati, le persone che non dispongono delle risorse necessarie per ricorrere ad alternative sono maggiormente esposte al rischio di esclusione sociale.

In altre parole, l’assenza di un trasporto pubblico realmente accessibile può trasformare l’automobile da possibilità a necessità.

Il costo della mobilità si somma agli altri costi

C’è poi un secondo elemento che rischia di passare inosservato: il prezzo del carburante non arriva mai da solo.

Per molte persone con disabilità e per le loro famiglie, il bilancio quotidiano può essere già condizionato da spese aggiuntive legate all’assistenza, agli ausili, alla riabilitazione, agli adattamenti dell’abitazione o del veicolo e agli spostamenti necessari per accedere ai servizi.

A questo si possono aggiungere costi indiretti.

Una persona che necessita di accompagnamento potrebbe dipendere dagli spostamenti effettuati da un familiare o da una persona di supporto. In altri casi, chi assiste una persona con disabilità può essere costrettə a modificare il proprio lavoro, ridurre l’orario o rinunciare a un’occupazione.

L’aumento del carburante, quindi, può inserirsi in una situazione economica già più fragile.

Non significa che ogni persona con disabilità abbia necessariamente maggiori difficoltà economiche, ma che esistono condizioni nelle quali i maggiori costi associati alla disabilità riducono ulteriormente il margine con cui una famiglia può assorbire nuovi aumenti.

Ed è proprio qui che il prezzo alla pompa smette di essere soltanto un dato economico.

Quando si comincia a scegliere cosa non fare

Il primo effetto di un aumento dei costi potrebbe non essere immediatamente visibile.

Una famiglia può continuare a utilizzare l’auto per andare al lavoro o per accompagnare una persona a una visita medica, ma iniziare a rinunciare agli spostamenti considerati meno indispensabili.

Una cena con amicə. Un’attività sportiva. Un evento culturale. Una riunione dell’associazione di cui si fa parte. Una visita a una persona cara. Una giornata fuori casa.

Sono proprio queste attività, spesso, a essere sacrificate per prime quando il budget non permette più di sostenere tutti gli spostamenti.

Il risultato è un paradosso: una persona può avere formalmente il diritto di partecipare alla vita sociale, ma non avere concretamente le condizioni economiche o infrastrutturali per esercitarlo.

La mobilità, infatti, non riguarda soltanto il tragitto casa-lavoro. Significa poter raggiungere i servizi, costruire relazioni, partecipare alla comunità, accedere alla cultura, praticare sport e scegliere come organizzare la propria vita.

Per questo parlare di mobilità significa parlare anche di autonomia.

L’isolamento può diventare una conseguenza economica

Quando gli spostamenti vengono progressivamente ridotti, il rischio non è soltanto quello di spendere meno.

Può diminuire anche la partecipazione sociale.

È un processo che può essere particolarmente difficile da vedere perché non produce necessariamente una barriera fisica evidente. Non c’è un cancello, non c’è una porta chiusa, non c’è un divieto formale.

C’è una persona che decide di non uscire perché il viaggio costa troppo.

C’è chi rinuncia a un’attività perché il carburante necessario per raggiungerla pesa troppo sul bilancio.

C’è chi rimanda una visita o limita gli spostamenti non indispensabili perché non può permetterseli.

È in questo senso che il caro carburanti può diventare una barriera economica alla partecipazione.

E il concetto di esclusione, in questo caso, non riguarda soltanto la possibilità di spostarsi fisicamente. Riguarda la possibilità di essere presenti nella società.

Il mezzo privato non può diventare l’unica soluzione

La risposta, però, non può essere semplicemente quella di chiedere alle persone con disabilità di continuare a utilizzare l’auto pagando costi sempre più elevati.

Da una parte è necessario intervenire sul problema immediato, soprattutto per le situazioni nelle quali il mezzo privato rappresenta una necessità. Dall’altra bisogna affrontare la causa strutturale: un sistema di mobilità che ancora non garantisce ovunque alternative realmente accessibili e affidabili.

La stessa FISH chiede al Governo di valutare misure specifiche di sostegno alla mobilità delle persone con disabilità e delle loro famiglie, ipotizzando strumenti come contributi, rimborsi, agevolazioni fiscali o altre forme di compensazione per chi è costrettə a utilizzare il mezzo privato in assenza di alternative accessibili.

Ma un intervento economico sul carburante, da solo, non sarebbe sufficiente.

Servono anche investimenti nel trasporto pubblico: mezzi accessibili, infrastrutture funzionanti, manutenzione, collegamenti adeguati e servizi che permettano alle persone di organizzare la propria giornata senza dover prevedere ostacoli aggiuntivi a ogni spostamento.

Il problema assume dimensioni ancora più importanti nei territori periferici e nelle aree interne, dove la riduzione delle corse e la distanza dai servizi possono rendere l’automobile praticamente indispensabile.

Non tutte le persone pagano lo stesso prezzo della mobilità

Il punto centrale, dunque, non è stabilire se il carburante costi troppo in assoluto.

È chiedersi chi paga il prezzo più alto quando aumenta.

Per chi ha molte alternative, un rincaro può significare cambiare mezzo, ridurre qualche spostamento o organizzarsi diversamente.

Per chi non ha alternative accessibili, può significare rinunciare a qualcosa.

Questa differenza è fondamentale quando si progettano le politiche pubbliche. Una misura uguale per tuttə non produce necessariamente lo stesso risultato per tuttə.

Se una persona deve necessariamente utilizzare l’automobile per raggiungere il luogo di lavoro, un ospedale o un centro di riabilitazione, l’aumento del carburante rappresenta un costo difficilmente comprimibile. Se invece quel viaggio può essere sostituito da un servizio pubblico accessibile e affidabile, esiste una possibilità di scelta.

La vera questione, quindi, non è soltanto quanto costa un litro di benzina. È quante alternative abbiamo quando quel litro diventa troppo caro.

Il diritto alla mobilità non può dipendere dal reddito

Il tema si inserisce in una discussione più ampia sul diritto alla vita indipendente e alla partecipazione.

L’accessibilità non riguarda infatti soltanto la presenza di una rampa o di un ascensore. Significa poter utilizzare concretamente gli spazi e i servizi della propria comunità.

Anche l’Istat considera la qualità e l’accessibilità dei servizi elementi che incidono sulla vita quotidiana e sulle disuguaglianze. Quando le alternative non sono disponibili o non sono fruibili, chi dispone di maggiori risorse economiche può cercare soluzioni private; chi non può permettersele rischia invece di rimanere esclusə.

Questo rende il problema del carburante anche una questione di equità.

Una persona non dovrebbe essere costrettə a scegliere tra pagare gli spostamenti necessari e mantenere altre attività essenziali della propria vita. E non dovrebbe essere necessario avere un reddito elevato per poter partecipare alla comunità.

Cosa può fare il Governo

L’appello della FISH chiede quindi di riconoscere l’impatto specifico che l’aumento del costo del carburante può avere sulle persone con disabilità che non dispongono di alternative accessibili.

Tra le possibili misure indicate ci sono forme di sostegno economico, rimborsi, agevolazioni fiscali e strumenti di compensazione destinati alle situazioni nelle quali l’utilizzo del mezzo privato è una necessità.

Ma la risposta dovrebbe muoversi su due livelli.

Nel breve periodo, occorre evitare che gli aumenti dei costi di mobilità producano ulteriore impoverimento e rinunce.

Nel lungo periodo, bisogna costruire un sistema nel quale l’auto privata non sia l’unico modo possibile per una persona con disabilità di raggiungere il lavoro, la scuola, la sanità, la cultura o le proprie relazioni.

Perché se l’unica alternativa a un’automobile costosa è restare a casa, il problema non è soltanto il prezzo della benzina.

È il prezzo che una società sta chiedendo ad alcune persone di pagare per poter essere semplicemente parte della società.

La mobilità è autonomia

Il caro carburanti rende visibile una questione che esiste anche quando il prezzo alla pompa scende: la libertà di muoversi non è distribuita allo stesso modo.

C’è chi può scegliere come spostarsi e chi deve prima chiedersi se esista un mezzo accessibile, se il servizio sia disponibile, se qualcuno possa accompagnarlo e, infine, se possa permettersi il viaggio.

Per una società che vuole definirsi inclusiva, questa non può essere considerata una condizione normale.

La mobilità non è un privilegio. È uno degli strumenti attraverso cui si esercitano altri diritti: lavorare, studiare, curarsi, incontrare altre persone, partecipare alla vita pubblica e scegliere dove e come vivere.

Per questo il costo della mobilità non può diventare una nuova barriera all’autonomia delle persone con disabilità

 

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