Due proposte della Commissione Europea, due reazioni molto diverse dell’European Disability Forum e una domanda tutt’altro che secondaria: che cosa succede quando i diritti delle persone con disabilità vengono considerati in una politica pubblica, ma sembrano sparire completamente da quella successiva?
È quanto accaduto tra il 9 e il 10 settembre 2026. In occasione della nuova proposta europea sugli appalti pubblici, l’European Disability Forum (EDF) ha espresso un giudizio positivo, sottolineando alcuni miglioramenti sul fronte dell’accessibilità e dell’inclusione. Ventiquattr’ore dopo, però, il Forum ha criticato duramente la proposta della Commissione sull’Affordable Housing Act, sostenendo che nel testo non ci siano riferimenti alle persone con disabilità, all’accessibilità né alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
Due provvedimenti molto diversi, certo. Ma proprio il loro accostamento rende evidente una questione più ampia: l’accessibilità non dovrebbe essere una voce da aggiungere solo quando ci si ricorda che esiste.
Quando gli appalti pubblici possono diventare uno strumento di inclusione
Il 9 settembre la Commissione Europea ha presentato una proposta di regolamento destinata a rivedere in modo complessivo le norme europee sugli appalti pubblici. L’obiettivo generale è semplificare e modernizzare le procedure, rendendole più flessibili e digitali e rafforzando anche gli aspetti ambientali, sociali e di innovazione.
Per il movimento europeo delle persone con disabilità, però, la parte più interessante riguarda proprio l’accessibilità.
L’EDF ha accolto positivamente il rafforzamento dei requisiti di accessibilità, compresa la possibilità di inserirli nelle specifiche tecniche utilizzate per acquistare beni, servizi e lavori pubblici. La proposta prevede inoltre una maggiore attenzione alle considerazioni sociali nelle procedure di acquisto, aprendo spazio anche a criteri legati all’inclusione sociale e all’occupazione delle persone con disabilità.
Non è un dettaglio burocratico. Gli appalti pubblici riguardano infatti una quantità enorme di ciò che le amministrazioni acquistano o realizzano: infrastrutture, trasporti, servizi digitali, scuole, servizi sanitari e molto altro.
Secondo i dati citati dall’EDF, ogni anno nell’Unione Europea passano attraverso gli appalti pubblici circa 2.500 miliardi di euro, una cifra equivalente a circa il 15% del PIL dell’UE.
Significa che decidere che cosa comprare, costruire e finanziare e secondo quali requisiti può avere conseguenze concrete sulla possibilità di partecipare alla vita sociale.
Una fermata dell’autobus, un software utilizzato da un’amministrazione, un edificio pubblico o un servizio sanitario non diventano accessibili per magia. Anche il modo in cui vengono progettati e acquistati può determinare chi potrà utilizzarli e chi, invece, incontrerà una barriera.
Il giorno dopo, però, l’accessibilità sembra scomparire
Il 9 settembre la Commissione ha presentato anche la proposta di Affordable Housing Act, pensata per affrontare la crisi dell’accessibilità economica e della disponibilità delle abitazioni nelle aree europee sottoposte a maggiore pressione abitativa. La Commissione considera infatti la mancanza di abitazioni economicamente accessibili una delle questioni più urgenti per moltə cittadinə europeə.
Il problema è che, secondo l’EDF, nel testo proposto non vengono menzionate né le persone con disabilità né l’accessibilità e non compare neppure un riferimento alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
La critica riguarda quindi non soltanto una parola mancante, ma l’impostazione complessiva della proposta.
La crisi abitativa colpisce persone con esigenze molto diverse e, secondo l’EDF, le persone con disabilità sono tra quelle maggiormente esposte alle difficoltà legate alla disponibilità di abitazioni adeguate. Un’abitazione può infatti essere economicamente accessibile e, allo stesso tempo, materialmente inaccessibile.
Un affitto sostenibile non risolve il problema se l’ingresso è raggiungibile soltanto attraverso le scale. Un appartamento a prezzo contenuto non è realmente disponibile per chi non può utilizzare il bagno, le porte o gli spazi comuni. E una casa priva di soluzioni accessibili può diventare un ostacolo all’autonomia anche quando il suo prezzo è alla portata di chi la abita.
Accessibilità significa anche poter scegliere dove vivere
Il tema, però, va oltre rampe, ascensori e dimensioni delle porte.
L’abitare è strettamente legato all’autodeterminazione: significa poter scegliere dove vivere, con chi vivere e quale tipo di vita costruire all’interno della propria comunità.
È un principio riconosciuto anche dall’articolo 19 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che riguarda il diritto a vivere nella comunità con la stessa libertà di scelta delle altre persone.
E la Convenzione non è semplicemente un documento simbolico. L’Unione Europea l’ha conclusa formalmente nel 2010; le disposizioni che rientrano nelle competenze dell’UE sono vincolanti per le istituzioni europee e la Convenzione costituisce parte dell’ordinamento giuridico dell’Unione.
Per questo l’assenza di un riferimento alla Convenzione nella proposta sull’abitare assume un peso particolare nella lettura dell’EDF.
Costruire senza accessibilità significa creare le barriere di domani
C’è poi un altro elemento da considerare: l’accessibilità non può essere pensata soltanto quando un edificio è già stato costruito.
L’EDF chiede che il futuro testo preveda requisiti di accessibilità per le nuove costruzioni e per le ristrutturazioni e che venga affrontato anche il patrimonio abitativo già esistente.
Il principio è semplice: progettare accessibilità fin dall’inizio permette di evitare che le barriere vengano corrette successivamente, quando gli interventi possono diventare più complessi e costosi.
Ma soprattutto cambia il modo stesso di concepire l’abitare.
L’accessibilità non dovrebbe essere una modifica speciale pensata per qualcunə che arriverà dopo. Dovrebbe essere una caratteristica prevista prima ancora di sapere chi abiterà quello spazio.
È la differenza tra progettare per una persona considerata “standard” e progettare tenendo conto della reale diversità delle persone.
La disabilità non può essere una casella da spuntare
Ed è forse questo il punto che emerge più chiaramente mettendo i due provvedimenti uno accanto all’altro.
Da una parte, una proposta europea nella quale l’accessibilità può acquisire un peso maggiore all’interno di una materia che riguarda migliaia di miliardi di euro di spesa pubblica. Dall’altra, una politica dedicata proprio all’abitare che, secondo l’EDF, non considera esplicitamente le esigenze delle persone con disabilità.
Non significa che i due provvedimenti siano equivalenti o che debbano necessariamente contenere le stesse misure. Significa però che la disabilità dovrebbe essere considerata trasversalmente, soprattutto quando una politica incide su diritti fondamentali e sulla vita quotidiana.
Perché l’accessibilità non riguarda un settore specifico.
Riguarda la casa, ma anche i trasporti. Riguarda la scuola, ma anche la sanità. Riguarda il lavoro, la cultura, la tecnologia, gli spazi pubblici e i servizi.
Se ogni nuova politica deve prima essere approvata e poi qualcuno deve ricordare che milioni di persone rischiano di esserne escluse, il problema non è soltanto ciò che manca nel testo. È il modo in cui quel testo è stato concepito.
I diritti non possono comparire il lunedì e scomparire il martedì
Il 9 settembre l’EDF ha accolto con favore una proposta della Commissione Europea perché contiene elementi che potrebbero rafforzare l’accessibilità negli appalti pubblici. Il 10 settembre ha invece denunciato l’assenza della disabilità dalla proposta sull’abitare.
La vicinanza temporale delle due prese di posizione rende visibile una contraddizione che va oltre questi singoli provvedimenti.
L’obiettivo non dovrebbe essere fare in modo che la disabilità compaia in un numero sempre maggiore di documenti.
Il vero cambiamento arriverà quando non sarà più necessario ricordarsi di inserirla.
Quando progettare una casa significherà automaticamente chiedersi chi potrà viverci. Quando acquistare un servizio pubblico significherà verificare chi potrà utilizzarlo. Quando costruire un’infrastruttura significherà considerare fin dall’inizio corpi, esigenze e modalità di partecipazione differenti.
Perché l’accessibilità non è una concessione e non è un’aggiunta decorativa a una buona politica.
È una condizione perché quella politica possa davvero funzionare per tutte le persone.
E i diritti, se sono davvero diritti, non possono comparire il lunedì e scomparire il martedì.
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