Vai al contenuto

Riccardo Scamarcio racconta la disabilità in I figli della scimmia

Data di pubblicazione 16 Settembre 2026
Tempo di lettura Lettura 5 minuti

Un film che parla di disabilità e un attore con disabilità nel ruolo di un bambino disabile. Sono gli elementi che caratterizzano I figli della scimmia, opera prima di Tommaso Landucci, arrivata alla Mostra del Cinema di Venezia e pronta a uscire nelle sale italiane il 17 settembre.

Presentato nella sezione Orizzonti, il film ha ottenuto due riconoscimenti: il premio per la migliore sceneggiatura e quello per la migliore interpretazione maschile, assegnato a Riccardo Scamarcio. Ma accanto ai premi c’è un altro aspetto che merita attenzione: la presenza nel cast di Andrea Aggio, giovane attore torinese realmente tetraplegico, che interpreta Enrico, il figlio con disabilità del protagonista.

È da qui che parte una riflessione sulla rappresentazione della disabilità al cinema: non soltanto chi viene raccontato, ma anche chi viene scelto per raccontarlo.

Un padre, un figlio e una famiglia in equilibrio

Scamarcio interpreta Dario, padre di Enrico, un bambino con disabilità al quale dedica cure e attenzioni. L’uomo ha però anche un rapporto molto stretto con il nipote adolescente, figlio del fratello.

Il legame tra i due diventa progressivamente più intenso e porta Dario a proiettare sul ragazzo il figlio che avrebbe voluto avere. Una dinamica che finisce per mettere in discussione gli equilibri familiari e far emergere desideri e aspettative rimasti a lungo inespressi.

La disabilità di Enrico è quindi parte integrante della storia, ma il film non si limita a raccontarla attraverso le difficoltà quotidiane della famiglia. Al centro ci sono soprattutto le relazioni tra i personaggi e il modo in cui aspettative e desideri degli adulti possono modificare gli equilibri familiari.

Andrea Aggio interpreta un personaggio con disabilità

Nel ruolo di Enrico c’è Andrea Aggio, giovane attore torinese realmente tetraplegico. La sua presenza assume un significato particolare proprio perché riguarda uno dei nodi ancora aperti della rappresentazione cinematografica della disabilità: l’accesso delle persone con disabilità ai ruoli che raccontano anche la loro esperienza.

Per anni il cinema ha affidato frequentemente personaggi con disabilità ad attori e attrici senza disabilità. La scelta di coinvolgere un interprete che vive realmente una disabilità introduce invece un altro elemento nel processo di rappresentazione.

Non significa automaticamente che una rappresentazione sia corretta o completa. Ma significa che una persona con disabilità entra nel film anche come professionista che interpreta un ruolo, e non soltanto come soggetto raccontato da altri.

È una differenza importante, soprattutto in un settore nel quale la presenza di persone con disabilità davanti e dietro la macchina da presa rimane ancora limitata.

Non solo la disabilità del personaggio

La questione della rappresentazione riguarda anche il modo in cui il personaggio viene costruito.

Enrico è un bambino con disabilità, ma la sua identità narrativa non coincide necessariamente con quella condizione. È anche figlio, nipote e componente di una famiglia attraversata da relazioni complesse.

È un passaggio importante perché uno dei rischi della rappresentazione della disabilità è trasformare il personaggio nella propria diagnosi o condizione fisica, facendo della disabilità il principale – se non unico – elemento attraverso cui il pubblico lo conosce.

Una rappresentazione più articolata permette invece di mostrare persone con disabilità inserite nella quotidianità, nelle relazioni e nei conflitti, senza che ogni aspetto della loro esistenza debba necessariamente ruotare intorno alla disabilità.

Dal set alla possibilità di lavorare nel cinema

La presenza di Aggio apre inoltre una questione che va oltre il singolo film: quanto è realmente accessibile l’industria cinematografica alle persone con disabilità?

Per parlare di rappresentazione non basta infatti guardare allo schermo. Bisogna considerare anche chi riesce ad arrivare a un provino, a frequentare una scuola di cinema, a lavorare su un set e a costruire una carriera nel settore.

La partecipazione di un attore con disabilità può quindi essere letta anche in questa prospettiva: non come un elemento eccezionale da celebrare, ma come parte di una maggiore presenza delle persone con disabilità nelle professioni dello spettacolo.

L’obiettivo della rappresentazione inclusiva non dovrebbe essere soltanto vedere più personaggi con disabilità sullo schermo. Dovrebbe essere anche creare le condizioni perché le persone con disabilità possano partecipare alla produzione di quelle stesse storie.

Da Venezia a Torino

Il film ha inoltre un legame particolare con il Piemonte. I figli della scimmia è stato sviluppato con il supporto del TorinoFilmLab e realizzato con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte. Le riprese hanno coinvolto Torino e diversi comuni della provincia, tra cui Carmagnola, Giaveno, Moncalieri, Pianezza, Rivalba e Rubiana.

Dopo la presentazione veneziana, il film è arrivato anche al Cinema Reposi di Torino per un’anteprima alla presenza di Landucci, Scamarcio e parte del cast.

Ora il film si prepara all’uscita nelle sale italiane del 17 settembre.

Il doppio riconoscimento ottenuto a Venezia porta quindi I figli della scimmia sotto i riflettori per la sua qualità cinematografica, mentre la presenza di Andrea Aggio aggiunge una questione che riguarda il cinema ben oltre questo singolo titolo: chi ha la possibilità di raccontare la disabilità e di occupare quello spazio sullo schermo?

Perché una rappresentazione più inclusiva non passa soltanto dalle storie che scegliamo di raccontare, ma anche dalle persone a cui permettiamo di raccontarle.

Condividi:
Articoli correlati

Altri articoli che potrebbero interessarti