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Rivendicare la cultura woke: perché non abbiamo paura del politicamente corretto (editoriale)

Data di pubblicazione 3 Dicembre 2025
Tempo di lettura Lettura 5 minuti
immagine generata dall'AI con un gruppo di persone che manifesta in strada, in primo piano c'è una persona in carrozzina con pugno alzato

Ogni 3 dicembre ci ritroviamo, come comunità e come redazione, a interrogarci su cosa significhi davvero Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. Per molti e molte rappresenta il momento delle celebrazioni, dei comunicati e delle frasi – spesso fatte – di rito; per noi, invece, continua a essere un’occasione per ribadire una posizione che negli ultimi anni abbiamo imparato a vivere con sempre maggiore consapevolezza: ci definiamo, e vogliamo continuare a definirci, fieri divulgatori e fiere divulgatrici della cultura woke e del politicamente corretto.

Orgogliosamente woke

Lo affermiamo con orgoglio e, permettetecelo, anche con intento provocatorio verso chi – spesso per convenienza politica o superficialità – distorce il significato del termine e lo utilizza come etichetta o come arma retorica per screditare chi si impegna a costruire una società più equa, rispettosa e consapevole delle diversità. Woke, per come lo intendiamo noi, si rifà al suo significato originario, letteralmente “essere vigili”, “stare svegli”: un termine nato all’interno delle comunità afroamericane per indicare l’attenzione alle ingiustizie sociali e alle discriminazioni; lo stesso meccanismo viene replicato con il concetto di politicamente corretto. Se difendere i diritti, ascoltare le persone, scegliere con cura le parole, contrastare le narrazioni stigmatizzanti e promuovere una cultura di parità significa essere woke, allora sì, lo siamo orgogliosamente.

Il linguaggio conta

Il punto, per noi, è molto semplice, se non elementare: il linguaggio che utilizziamo conta. Conta a livello istituzionale, nello spazio pubblico, nei media e nel privato. Conta quando si parla a una persona e quando si parla di una persona. Conta quando si parla a una comunità e quando si parla di una comunità. Conta soprattutto quando si appartiene – o si lavora a stretto contatto – con gruppi sociali che, da sempre, sono vittime di marginalizzazione e di rappresentazioni fuorvianti, infantilizzanti, pietistiche o eroicizzanti. Nel mondo della disabilità questo accade ogni giorno: nella cronaca, nello sport, nella politica, nei rapporti di potere e nelle conversazioni quotidiane.

Non è una semplice esagerazione, né un capriccio

E proprio per questo, sorprendentemente o forse no, fa ancora più male vedere che certe resistenze arrivino anche dall’interno del nostro stesso mondo: da associazioni, gruppi e realtà che dovrebbero essere in prima linea nel promuovere consapevolezza e che invece, talvolta, minimizzano o deridono l’importanza del linguaggio. Tutto ciò accade quando si tende a liquidare tutto come semplici e banali esagerazioni o capricci, quando si dice che le parole non cambino la vita, quando si nega la violenza di un linguaggio inappropriato, quando si attribuisce all’innovazione della comunicazione in chiave rispettosa la colpa di dividere, complicare o addirittura disturbare.

No a forme subdole di controllo

Accade perfino quando queste organizzazioni tendono ad accentrare potere e risorse per mantenere l’ordine costituito, con la complicità di una politica che, in molti casi, si attiva solo quando è alla ricerca di facile consenso, quando sa che la platea è ampia e molto spesso accondiscendente. Si tratta di una forma subdola di controllo verso chi avrebbe il diritto di autodeterminarsi e autorappresentarsi, ma che invece resta invischiato in sovrastrutture difficili da comprendere e districare, figuriamoci da sovvertire e ricostruire.

Questione di barriere culturali

Sembra un paradosso, ma non lo è: è il segno di quanto sia ancora difficile riconoscere la forza delle discriminazioni culturali rispetto a quelle architettoniche, sensoriali e cognitive. Le barriere non sono solo scalini o porte troppo strette, ma sono anche parole dette male, sguardi distorti, narrazioni pigre e tentativi di controllare. Questo contesto – in alcuni casi dolosamente – tossico e paternalistico, costituisce un immaginario che non emancipa, ma blocca. Che non racconta, ma limita. E, purtroppo, per ribaltare la situazione non basta organizzare eventi, iniziative, raccolte fondi o premi giornalistici, se questi non aiutano a costruire comunità coese ed eterogenee in grado di farsi promotrici – esse stesse – di cambiamento.

Per una cultura del linguaggio

Il nostro modo di fare cultura del linguaggio, quella vera e non la caricatura che se ne fa nel dibattito pubblico, ci invita quindi a prendere posizione, a restare vigili, a interrogarci sugli effetti che le nostre parole producono sulle vite degli altri. Non ci chiede di essere perfetti o perfette, ma di essere consapevoli. Non pretende dogmi, ma responsabilità. Non pretende di elargire verità, ma di mettersi nei panni. Ed è soprattutto per questo che, come già fatto lo scorso anno per la prima volta in assoluto, anche oggi ci ritroveremo per urlare al mondo le nostre Parole DISobbedienti: uno spazio di condivisione aperto, accessibile e intersezionale, sotto forma di microfono aperto, in cui plasmare la nostra idea di società.

La nostra cifra etica e professionale

Oggi più che mai, ribadiamo la cifra etica e professionale di Volonwrite, che prevede il rifiuto della superficialità, la cura della rappresentazione, la convinzione che la comunicazione sia un atto politico, culturale e sociale. Se essere woke significa scegliere il rispetto invece dell’abitudine, la riflessione invece della routine, la complessità invece della semplificazione, allora continueremo a esserlo. Con convinzione. Con orgoglio. Con quell’attenzione che non è rigidità, ma desiderio di un mondo più giusto.

Il 3 dicembre passa. La responsabilità di come raccontiamo la disabilità, invece, resta.

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