di Elisa Gili
Buongiorno a tutti e tutte
Ecco qui poche righe con le quali vorrei presentarmi a chi di voi sente parlare di me per la prima volta, o magari per far sì che chi già mi conosce possa avere qualche informazione in più su di me. Mi chiamo Elisa Dagmara Gili, sono nata a Torino da una coppia mista: papà italiano, piemontese doc, e mamma polacca. Nel lontano 1984 avevo già una cosa particolare, ma ancora non lo sapevo. Avrei portato sempre con me un bagaglio dal nome un po’ ostico, cioè “tetraparesi spastica”. Il nome può spaventare, ma questo zaino non è mai riuscito a fermarmi dal portare avanti le mie avventure di ogni giorno.
Nel 2009 ho terminato il mio primo ciclo di studi triennale in Scienze del Turismo e nel 2014 quello specialistico in Lingua e Cultura per il Turismo. Nel frattempo, ho avuto l’opportunità di fare Erasmus in Polonia presso l’Università Jagellonica di Cracovia, negli stessi corridoi frequentati da un certo Niccolò Copernico e da papa Giovanni Paolo II.
Dopo l’Erasmus, nel quale sono stata la prima studentessa proveniente dall’estero con una disabilità, mi sono laureata in lingua polacca con una tesi sulle influenze artistico-culturali dell’Italia in Polonia. Parlo e scrivo in diverse lingue, tra cui italiano, polacco, inglese e – in ordine di interesse – spagnolo, tedesco e francese. Ho sempre adorato scrivere, anche se sto cominciando a dedicarmici seriamente solo adesso, per cui vi ringrazio molto dell’opportunità che mi state dando fin da ora. Amo la lettura, anche in lingue diverse dalla mia lingua natia, adoro i viaggi e la scoperta di nuove culture, film e serie TV.
Sono stata scout, dove sono giunta ad avere anche il brevetto di Capo internazionale. Ho lavorato animando bambini dai 7 ai 12 anni di età, quelli che sono conosciuti come “lupetti”, ai quali ho sempre tentato di far capire che la disabilità fa paura solamente a chi glielo permette. Per fortuna, dopo qualche anno con me, nessuno di loro ha più avuto paura; anzi, molti di loro oggi sono diventati capi loro stessi, e li ritrovo pieni di una sensibilità e altruismo pazzeschi.
Se penso a cosa mi sto dedicando più recentemente, posso dire di essermi concentrata molto sull’attività di boccia paralimpica e di attivismo per i diritti delle persone con disabilità. Faccio parte del gruppo tester di un’app che si propone di abbattere le barriere architettoniche, ma non solo, di nome “Wegląd” e questo davvero mi riempie di gioia perché vedo concretamente i risultati di quelle battaglie che finora ho sempre immaginato di poter combattere.
Ora concludo citando un progetto che non ho portato avanti in prima persona persona, ma di cui faccio parte in qualche modo. Il libro dal titolo “Gli angoli bruciacchiati” di Adriana Porto, scrittrice alla sua opera prima, che ha voluto raccontare magistralmente attraverso le sue parole le storie di undici donne che hanno saputo rialzarsi da momenti difficili di vario genere. Tra queste, le sue parole sono riuscite a raccontare meravigliosamente anche una parte della mia storia. Ho ancora un sogno nel cassetto, quello di scrivere io stessa un libro, assolutamente non autocelebrativo, ma che attraverso il racconto di quelle che sono state le mie esperienze di vita e la mia storia, possa aiutare altre persone che vivono nella mia stessa condizione.
Per scrivere queste poche righe ho fatto una scelta: quella di batterle alla macchina da scrivere, che è diventata da poco la mia compagna più fedele. Perché faccio questo? Perché ho voglia di tornare un po’ di più alle radici del fare le cose, del riscoprire la lentezza e la concentrazione nel realizzarle, e trovare un utilizzo produttivo del mio off-screen time; grazie per l’attenzione che mi avete dedicato.