Dal 5 al 7 maggio Torino ospita la seconda edizione di Prima Persona Plurale: Festival della Vita Indipendente®, il primo appuntamento in Italia interamente dedicato al diritto delle persone con disabilità a scegliere come vivere. Tre giornate aperte alla cittadinanza, tra il Polo del ’900 e gli spazi di Open, costruite come un percorso fatto di incontri, laboratori, arte e confronto.
Un festival che arriva in un momento simbolico: il 5 maggio, Giornata Europea della Vita Indipendente, e a vent’anni dall’adozione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che ha segnato una svolta decisiva nel modo di intendere disabilità, diritti e autonomia.
Non assistenza, ma scelta
Al centro del festival c’è un’idea precisa: la vita indipendente non è un servizio, ma un diritto.
Significa poter decidere dove vivere, con chi, in che modo organizzare il proprio tempo, il proprio lavoro, le proprie relazioni. Significa uscire da un modello che per anni ha confinato le persone con disabilità dentro percorsi già scritti, spesso istituzionali, per costruire invece traiettorie personalizzate, radicate nella comunità.
È questo il passaggio culturale che il festival prova a rendere visibile: non adattare le persone agli spazi, ma trasformare gli spazi perché possano accogliere vite diverse.
Una storia che attraversa il festival
Ad aprire la prima giornata, il 5 maggio al Polo del ’900, è un incontro che affonda nelle radici di questo cambiamento.
La storia è quella di Piero Defilippi e Roberto Tarditi, due persone che hanno trascorso decenni all’interno di un’istituzione senza possibilità di scelta. Il loro percorso, raccontato nel libro Anni senza vita al Cottolengo, restituisce una memoria concreta di cosa significasse vivere senza autodeterminazione — e di quanto sia stata complessa, e necessaria, la conquista di un’alternativa.
Non è solo una testimonianza. È un passaggio di responsabilità.
A seguire, lo stesso racconto prende forma scenica nel recital Anni senza vita, che porta sul palco parole, immagini e materiali d’archivio, senza mediazioni, lasciando che siano le esperienze a parlare.
Laboratori, pratiche, partecipazione
Nei giorni successivi, il festival si sposta negli spazi di Open, trasformandosi in un luogo attraversabile, fatto di pratiche condivise.
Il laboratorio di collage e fanzine, ad esempio, invita le persone partecipanti a costruire una narrazione collettiva della vita indipendente, partendo proprio da quella storia. Un gesto semplice, ma politico: raccontare significa prendere posizione.
Accanto a questo, i laboratori di danza e LIS e il coro in lingua dei segni aprono uno spazio in cui il corpo diventa linguaggio, e la comunicazione si costruisce oltre la voce. Qui la relazione passa attraverso il gesto, il ritmo, lo sguardo, mettendo in discussione l’idea che esista un solo modo legittimo di esprimersi.
Anche il laboratorio di ceramica e fidget toys lavora su questa stessa linea: creare oggetti pensati per il proprio corpo, per il proprio modo di stare, per le proprie esigenze.
Spazi di parola, senza gerarchie
Uno degli elementi più interessanti del festival sono le conversazioni in cerchio, incontri aperti a persone con e senza disabilità, familiari, caregiver, operatori e operatrici del Terzo Settore, cittadine e cittadini.
Qui non esiste un palco e non esiste una distanza. Le voci si mettono sullo stesso piano, e il confronto si costruisce attraverso l’ascolto.
I temi attraversano dimensioni fondamentali della vita: il tempo, il lavoro, la possibilità di scegliere, l’abitare, il futuro, il potere.
Non come concetti astratti, ma come esperienze concrete.
Che cosa significa avere tempo per sé?
Che cosa significa lavorare, davvero?
Chi decide dove e come si abita?
Domande semplici, ma radicali.
Un festival che guarda avanti
La giornata conclusiva del 7 maggio apre proprio su questo: il futuro.
Non come qualcosa di già definito, ma come spazio da costruire, continuamente. Un futuro che non sia determinato da limiti imposti, ma dalla possibilità di scegliere, cambiare, immaginare.
E si chiude con una festa che non è solo celebrazione, ma restituzione: uno spazio condiviso, aperto, in cui ogni persona può contribuire, proporre, partecipare.
Un invito a esserci
Prima Persona Plurale non è un evento per “addetti ai lavori”.
È un invito aperto.
Perché parlare di vita indipendente significa parlare di diritti, ma anche di relazioni, di città, di cultura. Significa chiedersi che tipo di società vogliamo costruire — e per chi.
E forse è proprio questo il punto più importante:
non si tratta solo di includere le persone con disabilità, ma di ripensare il modo in cui tuttə possiamo vivere.
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