C’è un punto, spesso invisibile nel dibattito pubblico, in cui si incontrano diritti, scuola e lavoro. È lì che si gioca la vera partita dell’inclusione degli studenti e delle studentesse con disabilità. Ed è proprio lì che interviene – almeno nelle intenzioni – la proposta di legge ora in discussione alla Camera, che punta a istituire formalmente la figura dell’assistente per l’autonomia e la comunicazione (Asacom).
Una figura che, in realtà, esiste già da anni nelle scuole italiane. Ma esiste in modo frammentato, precario, diseguale. E proprio questa disomogeneità è il cuore del problema.
Una figura necessaria, ma finora senza struttura
Il testo approvato al Senato e ora al vaglio delle Commissioni Cultura e Lavoro modifica il decreto legislativo 66/2017, inserendo in modo più chiaro e uniforme il profilo dell’Asacom tra i livelli essenziali delle prestazioni per l’inclusione scolastica.
Parliamo di un operatore o un’operatrice socio-educativa che affianca studenti e studentesse con disabilità nel percorso scolastico: supporto alla comunicazione, sviluppo dell’autonomia, mediazione nelle relazioni, adattamento ai contesti educativi.
Non un ruolo accessorio, quindi. Ma una figura chiave per rendere l’inclusione reale, quotidiana, concreta.
Eppure, fino ad oggi, questo lavoro è stato affidato a logiche territoriali disomogenee: bandi locali, cooperative, contratti spesso precari, retribuzioni variabili. In alcuni territori il servizio funziona, in altri è carente o assente. Una geografia dei diritti che cambia da città a città.
Il tentativo di uniformare (senza rivoluzionare)
La proposta di legge cerca di mettere ordine: definisce il profilo professionale, stabilisce criteri di accesso (laurea, diploma con formazione specifica, esperienza pregressa), introduce un coordinamento nazionale.
Entro 120 giorni dall’approvazione, un accordo in Conferenza Unificata dovrà chiarire funzioni, ambiti e modalità operative. Inoltre, si punta a collegare l’attività dell’assistente al cosiddetto “progetto di vita” previsto dal decreto 62/2024, ampliando la visione oltre la scuola.
Ma qui emerge una prima criticità.
Il testo non rivoluziona il sistema: mantiene l’attuale modello, in cui gli enti locali continuano a gestire il servizio, spesso tramite terzo settore. La novità sta nell’uniformità, non nella struttura.
E allora la domanda è inevitabile: uniformare basta, se il sistema resta fragile?
Inclusione scolastica: tra diritto e realtà
L’Italia, sulla carta, è uno dei Paesi più avanzati in Europa in materia di inclusione scolastica. La legge 104/92 ha segnato una svolta storica. Ma la distanza tra norma e pratica resta ampia.
Il problema non è solo “avere” una figura professionale. È garantirne continuità, formazione, stabilità, riconoscimento economico.
Un assistente o un’assistente che cambia ogni anno, o che lavora con contratti intermittenti, non può costruire una relazione educativa solida. E senza relazione, l’inclusione si svuota.
In questo senso, alcune proposte di legge abbinate – già depositate – vanno oltre: chiedono di rendere questa figura strutturale all’interno delle scuole, non esterna. Un passaggio che trasformerebbe davvero il sistema, ma che comporterebbe anche costi e scelte politiche più nette.
Il nodo del lavoro: chi si prende cura di chi si prende cura?
C’è poi un altro livello, spesso sottovalutato: quello del lavoro.
Chi lavora come assistente per l’autonomia e la comunicazione vive spesso condizioni di precarietà: contratti a tempo determinato, part-time involontari, retribuzioni non uniformi, dipendenza da cooperative.
La proposta di legge prova a intervenire anche su questo, prevedendo che i soggetti affidatari garantiscano trattamenti economici e normativi coerenti con i contratti collettivi. E apre alla possibilità per Regioni ed enti locali di assumere direttamente personale a tempo indeterminato.
Ma anche qui il rischio è chiaro: senza risorse adeguate, la norma resta un’intenzione.
E senza dignità lavorativa, è difficile costruire servizi di qualità.
Una riforma necessaria, ma non sufficiente
Questa legge rappresenta un passo avanti. Dare un nome, un profilo e delle regole a una figura fondamentale è importante. Significa riconoscere un bisogno reale.
Ma non basta. Perché il vero tema non è solo normativo. È politico, culturale, economico.
Significa decidere se l’inclusione è davvero una priorità. Se si è disposti a investire in modo strutturale nella scuola pubblica. Se si vuole superare un sistema che scarica sugli enti locali responsabilità senza garantire risorse uniformi.
E significa anche cambiare sguardo: smettere di considerare l’assistenza come un “servizio accessorio” e riconoscerla come parte integrante del diritto all’istruzione.
Cosa succederà ora
Il percorso parlamentare è ancora aperto. Le Commissioni della Camera dovranno decidere se confermare il testo del Senato o modificarlo, integrando le altre proposte.
Nel secondo caso, i tempi si allungherebbero, con un nuovo passaggio in Senato. Nel frattempo, però, resta una certezza: il tema non può più essere rimandato. Perché ogni ritardo normativo si traduce in un diritto negato a studenti e studentesse. E in un lavoro fragile per operatori e operatrici che, ogni giorno, tengono in piedi – spesso in silenzio – l’inclusione reale nelle scuole italiane.
E forse la vera domanda non è se questa legge passerà. Ma se avremo il coraggio di andare fino in fondo.
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