Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, tra gli incontri dedicati alle scuole e alle nuove generazioni, uno degli appuntamenti più delicati e intensi della giornata ha scelto di parlare di depressione attraverso il linguaggio del fumetto fantasy.
L’incontro, intitolato “Un fumetto fantasy per raccontare la depressione”, è partito dalla graphic novel Mentre ero via di Rina Jost, pubblicata da Diabolo Edizioni, e ha coinvolto studenti e studentesse in una riflessione collettiva sul disagio psichico, sulla fragilità e sul ruolo di chi resta accanto a una persona che attraversa la depressione.
A partecipare all’incontro anche Beatrice e Gaia del gruppo Tuttoannodato, realtà impegnata nella sensibilizzazione sulla salute mentale tra i giovani e le giovani, insieme ad Alice Scavarda, che ha guidato il pubblico dentro il racconto visivo della graphic novel.
Come si disegna la depressione?
Uno dei momenti più interessanti dell’incontro è partito da una domanda apparentemente semplice: come rappresentereste graficamente una persona con depressione?
Dal pubblico sono arrivate immagini molto ricorrenti: volti tristi, persone sole, stanze chiuse, espressioni spente, isolamento. Alcuni studenti e studentesse hanno parlato anche della sensazione di sentirsi soli e sole pur essendo circondati da altre persone.
La graphic novel, però, sceglie una strada diversa.
All’inizio del racconto, Sybil — la ragazza che attraversa la depressione — viene mostrata rannicchiata sotto una coperta, immobile nel letto. Progressivamente il suo corpo sembra trasformarsi in pietra, fino a essere assorbito dal materasso stesso.
Una trasformazione fantastica che diventa metafora concreta del disagio psichico: il peso, l’immobilità, la sensazione di scomparire lentamente dentro sé stessi.
La depressione raccontata da chi resta vicino
Uno degli elementi più particolari di Mentre ero via è che la storia non viene raccontata principalmente dal punto di vista di Sybil, ma da quello della sorella.
È lei a partire per cercarla.
Insieme a un piccolo cane, precipita in una landa desolata e inizia un viaggio che assume rapidamente i contorni di una discesa dentro il dolore, la paura e il senso di impotenza che spesso vivono anche i familiari e i caregivers.
Durante l’incontro, il pubblico ha riflettuto proprio su questo elemento: sia Sybil sia la sorella sembrano essere state “risucchiate” involontariamente in quel mondo.
Un’immagine che racconta bene quanto il disagio psichico non coinvolga soltanto chi lo attraversa direttamente, ma anche chi gli sta accanto.
Il fantasy come linguaggio del disagio
Nel corso del viaggio, la sorella incontra creature ibride, paesaggi ostili e prove simboliche. Una figura metà umana e metà animale le propone, ad esempio, di tenere un uovo in equilibrio come esercizio di consapevolezza.
La graphic novel utilizza continuamente immagini simboliche per raccontare emozioni difficili da spiegare a parole.
A un certo punto la protagonista viene avvolta da artigli e spine che le sussurrano frasi devastanti:
“Non ce la farai mai.”
“Le cose non miglioreranno.”
Più avanti, attraversando un bosco innevato pieno di massi simili alla pietra in cui si è trasformata Sybil, anche la sorella rischia di diventare a sua volta un masso.
Il confine tra il dolore di chi soffre e quello di chi prova ad aiutare inizia a sfumare.
Ed è forse qui che il fumetto colpisce di più: non racconta la depressione come qualcosa di distante o individuale, ma come un’esperienza che modifica relazioni, corpi, paure e percezioni di tutte le persone coinvolte.
“Qualcuno mi deve aiutare”
Uno dei momenti più forti del racconto arriva quando Sybil, ormai trasformata in pietra, viene trascinata da una gigantesca creatura verso un fiume.
La sorella prova a fermarla.
Sybil però continua a ripetere:
“Qualcuno mi deve aiutare.”
“Sbaglio sempre tutto.”
“Per colpa mia anche voi state male.”
Fino a un ultimo disperato:
“Fa’ in modo che finisca.”
Sono parole che molte persone presenti in sala hanno riconosciuto come dolorosamente realistiche.
Ed è qui che la graphic novel evita una delle trappole più comuni nella narrazione della salute mentale: la semplificazione.
Non propone guarigioni immediate, né finali magici.
Il finale: non puoi salvare qualcuno da solo
Nel finale — raccontato durante l’incontro con attenzione e delicatezza — la sorella capisce di non poter trascinare Sybil fuori da quel mondo con la forza.
Deve smettere di lasciarsi risucchiare anche lei.
È Sybil, alla fine, che deve trovare la strada per salvarsi.
Un messaggio complesso, soprattutto in un contesto culturale dove spesso si racconta il supporto emotivo come qualcosa che dovrebbe bastare sempre.
Il fumetto prova invece a dire qualcosa di più difficile: stare accanto a una persona che soffre è importante, ma nessuno può caricarsi da solo il peso della salvezza di qualcun altro.
Parlare di salute mentale alle persone più giovani
L’incontro si è chiuso con una riflessione condivisa da relatrici, relatori e pubblico: chiedere aiuto è fondamentale.
Ma altrettanto importante è riuscire a parlare di disagio psichico senza vergogna, senza paternalismo e senza ridurre tutto a slogan motivazionali.
Ed è forse questo l’aspetto più interessante di appuntamenti come quello del Salone del Libro: utilizzare linguaggi accessibili alle persone più giovani — come il fumetto fantasy — senza banalizzare il dolore.
Perché spesso la salute mentale viene raccontata solo attraverso dati clinici o narrazioni estreme.
Mentre ero via, invece, sceglie un’altra strada: trasformare la depressione in un paesaggio simbolico, fragile e inquieto, in cui molte persone possono riconoscersi senza sentirsi giudicate.
E ricordare, soprattutto, una cosa semplice ma essenziale:
non si è mai completamente soli.
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