Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, tra incontri istituzionali, presentazioni editoriali e dialoghi culturali, uno degli eventi più fuori dagli schemi della giornata è stato probabilmente “Sull’isola che non c’era”, appuntamento dedicato al libro Caregiver, Motherfucker!, scritto da Lorenzo Clemente e Yuri Tuci.
Sul palco della Sala Azzurra non è andata in scena la classica conferenza “sull’autismo”. Nessun tono paternalistico, nessuna retorica motivazionale, nessun racconto costruito per rassicurare il pubblico.
Anzi: l’intero incontro ha continuamente sabotato l’idea stessa della narrazione “educativa” sulla disabilità.
Un libro nato dall’attrito
Il libro ripercorre la nascita dello spettacolo teatrale OUT IS ME, progetto che dal 2018 porta in scena Yuri Tuci e la sua presenza “magnetica e ingombrante”, come viene definita dagli stessi autori.
Durante l’incontro, Clemente racconta che il titolo Caregiver, Motherfucker! nasce da un insulto rivoltogli da Yuri durante uno dei loro continui scontri verbali.
Da lì prende forma un libro che non prova mai a trasformare il caregiving in qualcosa di dolce o idealizzato. Il rapporto tra i due viene raccontato come un continuo cortocircuito tra protezione, esasperazione, ironia brutale e complicità.
Non è un libro sull’autismo. Non è un libro edificante. Non è una storia di riscatto.
La frase letta durante l’evento riassume bene il tono del progetto.
“L’attore autistico” come nuova etichetta
Uno dei passaggi più interessanti dell’incontro riguarda il successo recente di Yuri Tuci, diventato noto al grande pubblico dopo il film La vita da grandi, interpretazione che gli è valsa il Nastro d’Argento come miglior attore protagonista.
Ma proprio questo riconoscimento apre un problema.
Clemente spiega infatti di temere che Yuri finisca intrappolato nella definizione di “attore autistico”, come se tutta la sua identità artistica dovesse necessariamente ruotare attorno alla diagnosi.
Ha molte potenzialità. Non vorrei che questa cosa diventasse una prigione.
È un passaggio centrale, perché tocca uno dei meccanismi più frequenti nella rappresentazione pubblica della disabilità: la riduzione della persona a simbolo della propria condizione.
Durante l’incontro, invece, Yuri viene continuamente descritto come qualcosa di molto più complesso:
- provocatorio
- ingestibile
- sarcastico
- sessuale
- imprevedibile
- profondamente carismatico
In altre parole: umano, prima che rappresentativo.
“La vera invalidità è l’etichetta”
A un certo punto dell’evento arriva forse la frase più politica dell’intero incontro:
La vera invalidità è l’etichetta.
Un’affermazione che cambia completamente prospettiva.
Il problema, secondo Clemente e molti degli interventi emersi sul palco, non è soltanto la condizione neurologica o la diagnosi clinica, ma il modo in cui la società costruisce categorie rigide attorno alle persone:
- “autistico”
- “invalido”
- “speciale”
- “fragile”
Categorie che spesso finiscono per diventare una forma di confinamento narrativo.
Ed è proprio qui che Caregiver, Motherfucker! si differenzia da moltissime storie mainstream sulla disabilità: non cerca mai di rendere l’autismo rassicurante o facilmente consumabile.
Fuori dal pietismo
Anche Franco Antonello, fondatore de I Bambini delle Fate, insiste più volte sul rifiuto del pietismo.
Raccontando i progetti sostenuti dall’associazione — hotel etici, pizzerie, laboratori e percorsi lavorativi per persone autistiche — Antonello ribadisce:
Non si parla di pietismo.
È una frase che attraversa tutto l’evento.
Perché il tono dell’incontro non è mai quello della compassione. Piuttosto, quello della rivendicazione:
- dello spazio pubblico
- della complessità
- dell’ironia
- perfino del diritto di risultare scomodi
“Noi esistiamo e non potete fermarci”
Quando Yuri prende parola, il clima cambia ancora.
Il suo intervento è diretto, quasi rabbioso:
Noi esistiamo. Non dobbiamo essere ignorati. Saremo qui per sempre e dovunque. Non potete fermarci.
E ancora:
Nessuno ci deve calpestare.
Sono parole che rompono completamente con la rappresentazione tradizionale della persona autistica come figura passiva, infantilizzata o eternamente fragile.
Yuri occupa lo spazio scenico in modo aggressivo, ironico e imprevedibile. Non cerca di tranquillizzare il pubblico. E forse è proprio questo a rendere il suo intervento così potente.
Gli “altri scrittori”
Nella seconda parte dell’incontro salgono sul palco ragazze e ragazzi provenienti da diverse parti d’Italia, autori e autrici di poesie, racconti e testi raccolti in un’agenda distribuita al pubblico all’uscita della sala.
Alcuni parlano molto.
Altri pochissimo.
Altri ancora comunicano in modo frammentario.
Ma il senso di quella parte finale è chiarissimo: esiste una produzione artistica e letteraria legata all’autismo che raramente trova spazio nei contesti culturali tradizionali.
Antonello insiste infatti sul fatto che molte persone autistiche possiedano una piena consapevolezza del mondo che le circonda, anche quando la comunicazione verbale appare difficile o discontinua.
E definisce questi testi:
Una letteratura postmoderna con grandi talenti emergenti.
Il punto più interessante dell’incontro
Forse l’aspetto più forte dell’evento è stato proprio questo: non trasformare mai l’autismo in una metafora morale.
Nessuno sul palco ha cercato di raccontare le persone autistiche come “anime pure”, “angeli” o “lezioni di vita”.
Anzi, Caregiver, Motherfucker! sembra muoversi nella direzione opposta: mostrare quanto le persone disabili possano essere contraddittorie, scorrette, ironiche, provocatorie e difficili da contenere dentro le narrazioni rassicuranti che spesso il pubblico si aspetta.
Ed è probabilmente per questo che l’incontro ha funzionato così bene.
Perché, per un’ora, l’autismo non è stato raccontato come qualcosa da osservare con tenerezza.
Ma come una presenza reale, politica e impossibile da addomesticare.
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