“Manca una vera e propria narrazione sulle malattie psichiatriche”: è questo il messaggio, forte, lanciato da Alcide Pierantozzi al Salone Internazionale del Libro di Torino. Lo scrittore, autore del libro Lo Sbilico (edito da Einaudi e candidato al Premio Strega 2026), ha fatto registrare il tutto esaurito al Bosco degli Scrittori, dove ha raccontato la sua vicenda personale approfondendo alcuni aspetti di un lavoro che va oltre il concetto di autofiction per ergersi a manifesto collettivo.
Lo Sbilico, come affermato dallo stesso Pierantozzi, si sviluppa in modo cronologico seguendo le crisi vissute dal protagonista-autore (la prima all’età di nove anni) e affrontando il bisogno di costruire, attraverso la scrittura, proprio quel pezzo mancante: “Nel libro – ha spiegato – parlo della ‘collaborazione’ con la malattia psichiatrica, descrivendo anche gli effetti che ha sul corpo e le parole che lascia dentro di sé: dubbio, paura, senso di colpa e sospetto. Lei ha l’obiettivo di distruggerti ma io la strumentalizzo: siamo come Bud Spencer e Terence Hill”.
A suo avviso, questa mancanza è dovuta a una minimizzazione di alcuni aspetti legati alla salute mentale, soprattutto da parte dei medici: “Non tutti – ha proseguito – hanno preso coscienza della propria condizione e, dall’altro lato, nessuno sembra voler considerare fino in fondo come le malattie psichiatriche e i farmaci cambino le persone, il modo di percepire il mondo e se stessi. C’è una grande responsabilità da parte della psichiatria in questo, con famiglie e pazienti spesso abbandonate in condizioni drammatiche anche su aspetti tralasciati come le disfunzioni sessuali”.
Le criticità di questo contesto si riflettono anche sull’assenza di narrativa: “La letteratura legata al racconto dei manicomi – ha aggiunto – è molto sviluppata, ma ad esempio manca una narrazione sugli psicofarmaci, sui loro effetti, sui loro benefici ma anche sui loro limiti: in questo senso, l’unico faro rimane David Foster Wallace”.
Un ultimo aspetto fondamentale è quello della neurodivergenza (lo spettro dell’autismo, nel caso specifico) e di come abbia interagito con la patologia psichiatrica insieme a traumi come la morte del fratello o la malattia della madre: “Avendo ricevuto la diagnosi – ha spiegato – solo da adulto, da bambino ho sempre dovuto subire un sovraccarico emotivo sia in ambito familiare che scolastico. Questo ha creato scompensi fortissimi che hanno influito notevolmente sulla mia salute mentale soprattutto nei momenti più critici della mia vita”.
In conclusione, Pierantozzi ha svelato i segreti dietro al titolo “Lo Sbilico”, tanto evocativo quanto particolare: “Si tratta – ha ammesso – di un neologismo involontario estrapolato da un contesto sportivo: un mio amico della palestra, un giorno, mi disse ‘sei in sbilico’ per indicare il mio precario equilibrio; non so come ma l’ho ritrovato tra i miei appunti, l’ho usato nel libro ed Einaudi ha pensato fosse ideale come metafora della malattia psichiatrica”.