La psicologia non è neutrale, ma attraversata da dinamiche culturali, sociali e politiche: è stato questo il tema al centro della presentazione di “La psicologia è politica” al Salone del Libro di Torino. Il libro, pubblicato da Tlon, è stato scritto dalla psicolinguista Eleonora Marocchini e dello psicologo clinico Federico Dibennardo.
Il volume nasce dall’incontro tra percorsi professionali differenti ma complementari: da una parte la ricerca e la divulgazione scientifica, dall’altra la pratica clinica e psicologica. Gli autori hanno spiegato come il progetto sia maturato dalla volontà di interrogarsi sugli aspetti politici delle scienze psicologiche, coinvolgendo prospettive differenti e persone con background diversi per costruire una riflessione ampia e sfaccettata: “La psicologia – ha spiegato Marocchini, sottolineando come nessuna scienza possa considerarsi davvero neutrale – è politica perché è fatta da persone su altre persone. Anche quando si fanno discorsi scientifici si scoprono prospettive diverse se si esce dalla propria comunità di riferimento”.
Uno dei nodi centrali affrontati durante l’incontro riguarda il concetto di normalità. A questo proposito, gli autori hanno ricostruito il passaggio della statistica da strumento descrittivo della realtà a criterio normativo, capace di definire ciò che viene considerato “normale” e ciò che viene invece percepito come “anomalo”: “Chi resta fuori dal limite viene considerato anormale e quindi patologico, ma anomalia e malattia non sono la stessa cosa”. Un approccio che, secondo gli autori, ha avuto conseguenze profonde nella storia della psicologia e della psichiatria, fino alle derive eugenetiche del Novecento che producono danni ancora oggi.
Ampio spazio è stato poi dedicato anche alla critica della psicologia occidentale, descritta con l’acronimo WEIRD — Western, White, Educated, Industrialized, Rich, Democratic — per evidenziare come gran parte delle ricerche sia stata costruita su campioni limitati e culturalmente omogenei. In contrapposizione, è stato citato il modello WILD — Worldwide, In Situ, Local, Diverse — che propone un approccio più aperto alle differenze culturali e sociali.
Federico Dibennardo ha invece insistito sulla necessità di una profonda autocritica da parte delle discipline psicologiche: “La strada per l’inferno – ha dichiarato – è lastricata di buone intenzioni, ma psicologia, psichiatria e psicoterapia devono sviluppare autocoscienza, capire qual è il loro potere e muoversi in modo responsabile”.
Secondo l’autore, il rischio è quello di attribuire sempre all’individuo la causa della sofferenza, ignorando il peso del contesto sociale: “La nostra scienza – ha proseguito – ha spesso rifilato spiegazioni individuali alle difficoltà delle persone. Noi crediamo invece che persona e contesto si parlino continuamente”.
Tra gli esempi citati durante la presentazione, c’è anche quello dell’isteria, per secoli associata esclusivamente alle donne e poi reinterpretata dopo il ritorno dei soldati dal Vietnam, che presentavano sintomi analoghi: “Si è scoperto – ha spiegato Dibennardo – che il problema non era intrinseco alla persona, ma dipendeva dal contesto sociale”.
Il dialogo si è spostato poi sui temi della neurodivergenza, della disabilità e della razzializzazione, con una riflessione sulla psicologia decoloniale e sull’applicazione di categorie diagnostiche occidentali a contesti profondamente diversi. Marocchini ha citato il caso dei bambini palestinesi a cui viene diagnosticato il disturbo post-traumatico da stress mentre il trauma è ancora in corso: “Non è come parlare del Vietnam a guerra finita – ha concluso – e dobbiamo chiederci come uscire da questa dinamica”.
Infine, gli autori hanno sottolineato il valore politico del linguaggio e dell’accessibilità della conoscenza scientifica: “Spesso – ha osservato Dibennardo – tendiamo a criminalizzare l’ignoranza, mentre dovremmo riconoscere che si tratta di un problema sistemico, assumendoci la responsabilità di rendere accessibile la scienza psicologica alle persone”.
Un messaggio che attraversa tutto il libro e che punta a ridefinire il concetto stesso di cura: non soltanto come pratica clinica, ma come attenzione collettiva al benessere sociale, culturale e relazionale.