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Media locali e stereotipi: il progetto O.R.A. al Salone del Libro

Data di pubblicazione 18 Maggio 2026
Tempo di lettura Lettura 6 minuti

Al Salone Internazionale del Libro di Torino si è discusso di parole, stereotipi e responsabilità dell’informazione durante l’incontro dedicato a O.R.A. – Osservatorio Regionale Antidiscriminazioni nei media locali del Piemonte, progetto promosso in collaborazione con Associazione GiULiA Giornaliste, Regione Piemonte, Università degli Studi di Torino – Dipartimento Culture e Società e realtà istituzionali del territorio.

L’evento ha riunito studiose, giornaliste, rappresentanti delle istituzioni e professionisti dell’informazione per riflettere su un tema che attraversa ormai ogni spazio pubblico: come i media raccontano le discriminazioni e quanto il linguaggio possa rafforzarle oppure contrastarle.

Tra gli interventi principali quelli di Marinella Belluati, docente e direttrice scientifica della ricerca, Stefanella Campana di GiULiA Giornaliste, Maria Teresa Martinengo dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, Marco Briamonte del Corecom Piemonte e Giancarla Tenivella, coordinatrice di redazione di GRP.

L’informazione locale come spazio di prossimità

Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’incontro riguarda proprio il ruolo dell’informazione locale. In un panorama dominato da social network, piattaforme globali e informazione continua, i media territoriali vengono spesso considerati marginali. Eppure, secondo la ricerca presentata, continuano ad avere un impatto fortissimo sulle comunità.

Il Piemonte, è stato ricordato durante il dibattito, conta ancora decine di media locali tra televisioni, radio, quotidiani e testate online, con un pubblico stimato di oltre un milione e mezzo di persone.

Per questo l’Osservatorio O.R.A. ha scelto di partire proprio da lì: dai giornali e dalle emittenti che raccontano il quotidiano, i territori, le persone e i conflitti più vicini alla vita concreta delle comunità.

Secondo Marinella Belluati, che coordina scientificamente il progetto all’Università di Torino, il modo in cui si raccontano le storie influenza direttamente la percezione dei diritti e delle discriminazioni.

La ricerca, arrivata ormai alla sua terza edizione, analizza articoli e contenuti dei media piemontesi con un metodo ispirato al Global Media Monitoring Project, osservatorio internazionale che monitora la rappresentazione di donne e minoranze nei media.

Cosa emerge dalla ricerca

I dati completi del nuovo rapporto saranno presentati nei prossimi mesi, ma durante l’incontro sono già emersi alcuni elementi significativi.

Contrariamente alle aspettative iniziali, l’informazione locale piemontese si è rivelata in alcuni casi più attenta e meno aggressiva dell’informazione nazionale nel trattare temi legati a genere, disabilità e discriminazioni.

Questo non significa che gli stereotipi siano scomparsi. Restano infatti meccanismi culturali difficili da smantellare: linguaggi sessisti, rappresentazioni abiliste, ruoli stereotipati e narrazioni ancora troppo schiacciate su modelli tradizionali.

Ma il rapporto di prossimità con il territorio sembrerebbe produrre una maggiore attenzione verso le persone raccontate e verso le conseguenze concrete delle parole utilizzate.

La ricerca ha già raccolto e analizzato migliaia di articoli provenienti da un campione rappresentativo delle testate piemontesi, concentrandosi in particolare su tre categorie individuate anche dall’Unione Europea come aree sensibili rispetto alle discriminazioni: genere, orientamento sessuale e disabilità.

Il linguaggio non è neutro

Uno dei temi più discussi è stato quello del linguaggio inclusivo.

Durante l’incontro è emerso quanto le parole non siano semplici strumenti tecnici, ma elementi capaci di consolidare o scardinare stereotipi culturali. Il problema riguarda non solo ciò che viene detto, ma anche il modo in cui viene detto.

Stefanella Campana, giornalista e componente del direttivo di GiULiA Giornaliste, ha sottolineato come il lavoro dell’associazione nasca proprio dalla necessità di costruire un’informazione corretta dal punto di vista del genere e più rispettosa delle differenze.

Una sfida che riguarda soprattutto l’oralità televisiva e radiofonica, dove molte redazioni ammettono ancora difficoltà nell’utilizzo di formule inclusive considerate “complesse” o “poco immediate”.

Ma proprio qui, è stato ribadito, si gioca una parte fondamentale del cambiamento culturale.

Dalle scuole alle redazioni

Un altro punto centrale del confronto è stato il lavoro educativo.

Marco Briamonte, rappresentante del Corecom Piemonte, ha spiegato come una parte importante delle attività dell’ente riguardi la promozione di una nuova cultura della comunicazione, soprattutto nelle scuole.

Secondo Briamonte, il cambiamento passa necessariamente dall’educazione linguistica e dalla costruzione di consapevolezza fin dall’infanzia. Per questo il Corecom ha sviluppato progetti legati alla violenza di genere, alla parità e all’uso delle parole, coinvolgendo studenti e studentesse delle scuole piemontesi.

Accanto all’attività educativa, il Corecom ha anche ricordato l’importanza di garantire spazio mediatico alle associazioni e ai soggetti spesso esclusi dai grandi circuiti informativi, attraverso programmi di accesso televisivo dedicati al territorio e alle realtà sociali.

L’Ordine dei Giornalisti e la nuova Carta Arcobaleno

Molto significativo anche l’intervento di Maria Teresa Martinengo, segretaria consigliera dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

Martinengo ha ricordato come negli ultimi anni il tema del linguaggio rispettoso sia diventato sempre più centrale nella formazione professionale giornalistica, anche attraverso carte deontologiche specifiche come la Carta di Venezia sulla rappresentazione della violenza di genere.

Ma la novità più importante annunciata durante l’incontro riguarda la nascita della Carta Arcobaleno, un nuovo documento dedicato al linguaggio corretto e rispettoso nei confronti delle persone LGBTQIA+.

La Carta, elaborata a Torino insieme al coordinamento Torino Pride e al giornalista Pasquale Quaranta, verrà presentata ufficialmente durante il Salone del Libro e punta a diventare un riferimento nazionale per il giornalismo italiano.

L’obiettivo è semplice ma ancora lontano dall’essere raggiunto: evitare linguaggi discriminatori, semplificazioni offensive o rappresentazioni stereotipate quando si parla di orientamento sessuale e identità di genere.

Le carte deontologiche non bastano da sole

Uno dei passaggi più interessanti dell’incontro è stato però anche il più autocritico.

Le carte etiche, è stato detto chiaramente, non servono a molto se restano soltanto documenti teorici. Il vero problema è trasformarle in pratica quotidiana.

Studiare la deontologia non significa imparare formule da applicare meccanicamente, ma interiorizzare un modo diverso di guardare le persone e raccontare le loro storie.

Ed è forse proprio qui che si gioca la sfida più grande dell’informazione contemporanea: capire che neutralità non significa assenza di responsabilità.

Un osservatorio che parla anche del presente

L’incontro dedicato a O.R.A. ha mostrato quanto il tema dell’informazione non riguardi soltanto il giornalismo, ma la qualità stessa dello spazio pubblico.

Parlare di discriminazioni nei media significa interrogarsi su chi viene raccontato, chi viene escluso, chi viene semplificato e chi continua a essere rappresentato attraverso stereotipi ormai sedimentati.

Ed è significativo che questa riflessione sia avvenuta proprio al Salone del Libro, luogo in cui parole, narrazioni e costruzione dell’immaginario collettivo si incontrano continuamente.

Perché il linguaggio non cambia il mondo da solo. Ma continua, ogni giorno, a decidere chi ha diritto di essere visto davvero.

 

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