C’è una figura che attraversa silenziosamente il mondo del lavoro contemporaneo. Partecipa alle riunioni, rispetta scadenze, risponde alle mail, coordina progetti. E poi torna a casa — o spesso non esce mai davvero da casa — per occuparsi di un genitore anziano, di un figlio con disabilità, di una persona malata o non autosufficiente.
È la figura del caregiver.
Una presenza ormai strutturale nella società italiana, ma ancora troppo spesso invisibile dentro aziende, contratti e politiche del lavoro.
Proprio da questa consapevolezza nasce “Il futuro è la cura – Dati, storie e prospettive per i caregiver in azienda”, il talk organizzato da Fondazione Paideia insieme a Unione Industriali Torino, in programma il prossimo 27 maggio presso il Centro Paideia di via Moncalvo 1.
Un appuntamento che proverà a mettere al centro una domanda sempre più urgente: come cambia il lavoro quando la cura entra nella vita quotidiana delle persone?
Il doppio lavoro invisibile
Negli ultimi anni il tema del caregiving è emerso sempre più spesso nel dibattito pubblico, soprattutto dopo la pandemia. Ma la distanza tra la realtà vissuta e il riconoscimento concreto resta enorme.
Sempre più lavoratori e lavoratrici vivono infatti un doppio ruolo: professionisti da una parte, caregiver dall’altra.
Un equilibrio fragile che spesso si traduce in stress cronico, rinunce professionali, isolamento, difficoltà economiche e carichi emotivi difficili da sostenere nel lungo periodo.
Eppure, nonostante la diffusione del fenomeno, il lavoro di cura continua a essere percepito come una questione privata, individuale, quasi domestica. Qualcosa da gestire “nel tempo libero”, come se il tempo della cura non fosse già lavoro.
Quando la cura riguarda anche le aziende
Il talk promosso da Fondazione Paideia e Unione Industriali Torino proverà proprio a spostare il discorso da una dimensione personale a una collettiva e organizzativa.
Perché il caregiving non riguarda soltanto chi assiste una persona fragile: riguarda anche il modo in cui le aziende costruiscono tempi, welfare, flessibilità e benessere lavorativo.
L’incontro unirà dati, ricerche e testimonianze dirette per riflettere su bisogni spesso ignorati e sulle possibili trasformazioni del mondo del lavoro.
Tra gli speaker presenti ci saranno il vice direttore de La Stampa Giuseppe Bottero, il segretario generale di Fondazione Paideia Fabrizio Serra, la vicepresidente della Piccola Industria di Unione Industriali Torino Cristina Tumiatti, la D&I Director di Lavazza Group Lucia Pellino, il digital project manager e caregiver Andrea Tron e Francesco Canale, co-founder di Working Souls.
Un panel che intreccia impresa, informazione, welfare e vissuto personale.
Dietro i numeri ci sono persone
Uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa è proprio il tentativo di tenere insieme numeri e storie.
Perché i caregiver e le caregiver vengono spesso raccontati e raccontate attraverso statistiche, percentuali o definizioni tecniche, mentre molto più raramente si ascolta cosa significhi davvero vivere questa esperienza ogni giorno.
La fatica di conciliare lavoro e assistenza, il senso di colpa, la paura di apparire meno produttivi/e, la necessità continua di organizzare la propria vita intorno ai bisogni di qualcun altro.
Raccontare il caregiving significa anche questo: riconoscere che la cura non è un’eccezione, ma una componente strutturale della società contemporanea.
La cura come tema politico
Il titolo dell’incontro — Il futuro è la cura — sembra suggerire qualcosa che va oltre il semplice welfare aziendale.
Perché parlare di cura oggi significa parlare di tempo, salute mentale, disabilità, invecchiamento della popolazione, precarietà e modelli produttivi.
Ma significa anche interrogarsi su chi sostiene concretamente il peso della fragilità nelle nostre società e su quanto questo lavoro resti ancora invisibile, non retribuito o dato per scontato.
In questo senso, iniziative come questa provano almeno a fare un primo passo: smettere di considerare la cura come un problema individuale da gestire in silenzio e iniziare a riconoscerla come una questione collettiva.
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