Le parole non sono mai neutrali. Possono raccontare, includere, ferire, cancellare. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce la Carta Arcobaleno, la nuova guida promossa dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte per costruire un’informazione più rispettosa e consapevole delle persone LGBTQIA+.
La presentazione ufficiale si è svolta domenica 17 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino, all’interno dello spazio della Città di Torino e della Città Metropolitana al Lingotto. Una data tutt’altro che casuale: il 17 maggio è infatti la giornata internazionale contro omolesbobitransfobia.
La Carta Arcobaleno arriva dopo oltre sei mesi di lavoro condiviso tra professionisti e professioniste dell’informazione e associazioni del territorio riunite nel Coordinamento Torino Pride. Un confronto che ha cercato di mettere insieme due dimensioni spesso separate: da una parte la deontologia giornalistica, dall’altra il vissuto concreto delle persone LGBTQIA+.
Il linguaggio costruisce la realtà
Al centro dell’incontro non c’era soltanto una questione terminologica. Il tema vero era il rapporto tra linguaggio, informazione e potere.
Per anni le persone LGBTQIA+ sono state raccontate dai media attraverso stereotipi, semplificazioni o narrazioni sensazionalistiche. In altri casi, semplicemente, non sono state raccontate affatto. La Carta Arcobaleno prova a inserirsi proprio in questo spazio: non come lista di parole “giuste” da utilizzare meccanicamente, ma come strumento per riflettere sul modo in cui il giornalismo contribuisce a costruire l’immaginario collettivo.
Perché il problema non è solo “cosa” si racconta, ma come lo si racconta.
Un documento costruito insieme alla comunità
Uno degli elementi più significativi del progetto è il metodo con cui è stato costruito.
Al tavolo di lavoro istituito dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte hanno partecipato non soltanto giornalisti e giornaliste, ma anche realtà associative e attiviste del Coordinamento Torino Pride. Un dialogo che ha permesso di intrecciare competenze professionali e sensibilità maturate dentro le esperienze quotidiane di discriminazione, invisibilizzazione o rappresentazione distorta.
L’incontro è stato moderato dalla segretaria dell’Ordine Maria Teresa Martinengo e ha visto gli interventi del presidente dell’Ordine Stefano Tallia, del consigliere Gabriele Guccione — coordinatore del tavolo di lavoro — e della tesoriera Antonella Mariotti.
Tra gli interventi più attesi anche quello di Pasquale Quaranta, Diversity Editor de La Stampa, figura che negli ultimi anni ha contribuito ad aprire una riflessione sempre più strutturata sul rapporto tra informazione, linguaggio e rappresentazione delle soggettività LGBTQIA+.
Presente anche Sofia Darino del Torino Pride e l’assessore al Welfare e ai Diritti della Città di Torino Jacopo Rosatelli, a sottolineare il forte legame tra questa iniziativa e il territorio torinese.
Non solo parole “corrette”
Ridurre la Carta Arcobaleno a un semplice manuale di linguaggio inclusivo rischierebbe però di svuotarne il significato politico e culturale.
Dietro questa guida c’è una questione più ampia: il riconoscimento del fatto che l’informazione non descrive soltanto la realtà, ma contribuisce a produrla.
Un titolo sbagliato, un pronome usato impropriamente, la spettacolarizzazione di un’identità o la continua riduzione delle persone LGBTQIA+ a “casi” o “dibattiti” non sono dettagli. Producono effetti concreti sulla percezione pubblica, sulla dignità delle persone e sul modo in cui una società decide chi rendere visibile e chi marginalizzare.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante della Carta Arcobaleno: il tentativo di spostare la discussione dal “politicamente corretto” alla responsabilità culturale dell’informazione.
Un segnale importante, ma non sufficiente
La nascita della Carta Arcobaleno rappresenta senza dubbio un passo importante, soprattutto in un momento storico in cui il dibattito pubblico sulle persone LGBTQIA+ viene spesso polarizzato, semplificato o trasformato in terreno di scontro ideologico.
Ma una guida, da sola, non basta.
Perché il cambiamento reale dipenderà da quanto queste riflessioni entreranno concretamente nelle redazioni, nei titoli, nei servizi televisivi, nei talk show e nella formazione quotidiana di chi fa informazione.
La sfida vera non è scrivere una carta. È evitare che resti soltanto un documento simbolico.
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