Le parole non sono mai neutre. Possono includere oppure escludere, costruire diritti o rafforzare stereotipi. È stato questo il cuore dell’incontro dedicato al libro “Disabilità, il peso delle parole” (Edizioni In Dialogo), ospitato al Salone Internazionale del Libro di Torino, un momento di confronto che ha messo al centro il linguaggio legato alla disabilità e il suo impatto culturale e sociale.
Il volume, pubblicato nel maggio 2024, raccoglie quindici parole chiave analizzate attraverso contributi e riflessioni, con la prefazione di don Mauro Santoro, responsabile della Consulta per la disabilità della Diocesi di Milano. Tra gli interventi, quello dell’autore Giovanni Merlo, direttore di LEDHA – Lega per i diritti delle persone con disabilità, che ha sottolineato quanto sia necessario interrogarsi continuamente sul modo in cui si parla e si scrive di disabilità.
Merlo ha ricordato anche l’evoluzione del linguaggio all’interno della stessa associazione: “La H di LEDHA un tempo significava ‘handicappati’. Oggi quel termine non è più accettabile e ci siamo chiesti perché fosse necessario cambiare”. Da qui è nata l’idea del libro: affrontare in modo accessibile ma profondo le parole che usiamo ogni giorno, per far emergere significati nascosti e pregiudizi spesso inconsapevoli.
“Il gioco del libro – ha spiegato – è prendere una parola, analizzarne il significato e capire perché, se applicata a una persona con disabilità, assuma un senso diverso”. Un esempio è la parola “genitori”, che associata alla disabilità richiama spesso immagini di sacrificio, fatica o compassione. “Questa differenza di sguardo non ha nulla di naturale” è stato evidenziato durante l’incontro “e deve stimolare una forma di ribellione culturale”.
Ampio spazio è stato dedicato anche ai cambiamenti legislativi e culturali degli ultimi anni. Cecilia Marchisio, docente dell’Università di Torino e fondatrice del Centro Studi sulla Vita Indipendente, ha richiamato la Convenzione ONU per i Diritti delle Persone con Disabilità, definendola “una rivoluzione culturale” perché afferma con chiarezza che non esistono condizioni che possano giustificare il mancato pieno godimento dei diritti. Marchisio ha ricordato come, nonostante la Convenzione sia legge dello Stato, per molti anni sia rimasta poco conosciuta e scarsamente applicata. Da qui la nascita di sperimentazioni e percorsi di ricerca orientati a trasformare concretamente i servizi e le politiche sulla disabilità.
La pandemia da Covid-19, è stato sottolineato, ha rappresentato una “cartina di tornasole”: nelle strutture chiuse sono morte più persone, mostrando i limiti di un modello basato esclusivamente sulla protezione: “Per anni – ha aggiunto – si è pensato che chi aveva bisogno di molto supporto dovesse essere collocato in luoghi separati, dove potersi prendere cura di lui. Ma il rovescio della medaglia era la perdita della libertà”.
Da qui la necessità di costruire nuovi strumenti e nuovi modelli. In questo quadro si inseriscono la Legge 227 del 2021 e il Decreto 62, indicati come passaggi fondamentali per l’attuazione concreta della Convenzione ONU. Il principio cardine della riforma è che i sostegni necessari per vivere liberamente nella società siano un diritto della persona. Secondo Marchisio si tratta di “una delle più grandi riforme dai tempi della riforma del diritto di famiglia del 1975”, perché introduce un cambiamento culturale prima ancora che normativo. “La legge c’è – ha concluso – ma ora dobbiamo attuarla davvero, per permettere a tutti di vivere nel mondo di tutti, senza barriere”.