Che fine fanno gli spazi artistici quando chiudono? Dove finiscono le fotografie, i manifesti, gli inviti, le opere, le conversazioni e le idee che hanno attraversato un luogo culturale?
E soprattutto: cosa perdiamo quando nessuno conserva quelle tracce?
Sono domande che attraversano “Storie di storie: Un anno di VSV”, l’incontro organizzato da Archivio DiMAUrO Aps il prossimo 5 giugno 2026 negli spazi di Aura Studio a Torino. Un evento che parte dall’archivio fotografico di Tommaso Mattina per riflettere sulla memoria fragile dell’arte contemporanea e sulla scomparsa silenziosa di moltissimi archivi culturali.
Non sarà soltanto una conferenza sull’archiviazione, ma una vera riflessione sul modo in cui una città decide cosa ricordare — e cosa lasciare svanire.
La VSV: uno spazio fuori dalle logiche commerciali
Al centro dell’incontro c’è la storia della VSV – Associazione Visitazioni SonoVisive, spazio fondato e gestito da Edoardo Di Mauro negli anni Ottanta.
Prima in un cortile di Via Po, poi trasferita in Via Mazzini, la VSV non funzionava come una galleria tradizionale. Non nasceva attorno al mercato o alla vendita delle opere, ma come luogo di sperimentazione, incontro e proposta culturale.
Uno spazio che attraversava linguaggi diversi, pratiche artistiche contemporanee e percorsi spesso lontani dai circuiti più istituzionali.
Ed è proprio questa natura libera e non commerciale a rendere oggi ancora più prezioso il lavoro di ricostruzione archivistica.
Perché molti degli spazi culturali indipendenti che hanno attraversato gli anni Ottanta e Novanta hanno lasciato pochissime tracce ordinate o conservate. E con loro rischiano di sparire anche pezzi fondamentali della memoria artistica contemporanea.
L’archivio come atto politico
L’incontro vedrà dialogare il fotografo Beppe Giardino e il fotografo Emanuele Pensavalle, partendo proprio dal tema della mancata conservazione degli archivi contemporanei.
Un tema che potrebbe sembrare tecnico, ma che in realtà è profondamente politico.
Conservare un archivio significa decidere che qualcosa merita di continuare a esistere nel tempo. Non conservarlo, invece, significa spesso lasciare che esperienze, opere e relazioni culturali diventino invisibili.
E il problema riguarda soprattutto tutto ciò che nasce ai margini: spazi indipendenti, pratiche sperimentali, artisti e artiste fuori dai grandi circuiti, luoghi culturali che non hanno avuto strumenti economici o istituzionali per proteggere la propria memoria.
In questo senso gli archivi non raccontano soltanto il passato, ma anche le gerarchie culturali del presente.
Le fotografie come memoria viva
Il punto di partenza dell’evento sarà l’archivio fotografico di Tommaso Mattina, che diventa una sorta di porta d’ingresso dentro un mondo artistico spesso poco documentato.
Le fotografie non vengono trattate soltanto come documenti, ma come frammenti vivi di relazioni, performance, mostre e momenti culturali che rischierebbero altrimenti di scomparire.
E proprio la fotografia assume qui un ruolo particolare: non quello di fermare il tempo in modo neutrale, ma di costruire memoria.
Chi fotografa decide cosa resta visibile. Chi archivia decide cosa può essere ritrovato. Chi dimentica, invece, lascia che intere storie escano lentamente dal racconto collettivo.
Quando la memoria culturale diventa fragile
Negli ultimi anni si parla molto di archivi digitali, conservazione online e memoria condivisa. Eppure moltissimi materiali artistici contemporanei continuano a essere dispersi, dimenticati o conservati in modo precario.
Locandine, negativi fotografici, cataloghi, registrazioni audio, lettere, documentazioni di performance: elementi che spesso sembrano secondari e che invece diventano fondamentali per ricostruire il tessuto culturale di un territorio.
“Storie di storie” sembra voler partire proprio da qui: dalla consapevolezza che la memoria culturale non sia qualcosa di automatico, ma un lavoro continuo fatto di cura, attenzione e responsabilità collettiva.
Perché ogni archivio salvato impedisce a una parte di storia di sparire definitivamente.
E forse, in un’epoca in cui produciamo continuamente immagini ma conserviamo sempre meno memoria reale, il rischio più grande non è dimenticare il passato, ma smettere di riconoscerne il valore prima ancora che scompaia.
Ritrova tutti gli articoli!