L’11 giugno 2026 si è svolto l’incontro online “Disabilità e media: linguaggio, rappresentazione e violenza invisibile”, promosso dall’Associazione Vita Indipendente delle persone con disabilità Marche (AVI Marche) e accreditato dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche con 3 CFU. L’iniziativa ha rappresentato un’occasione preziosa per analizzare in profondità il ruolo dei media nel definire la percezione sociale della disabilità e per comprendere come le parole e le immagini influenzino la vita quotidiana delle persone con disabilità.
Il linguaggio come strumento di inclusione o esclusione
La prima parte dell’incontro è stata affidata a Marta Migliosi, studiosa e attivista per i diritti delle persone con disabilità, con un intervento dal titolo “Il potere delle parole in mano alle persone con disabilità nel disabilicidio”.
Migliosi ha ribadito un concetto che a volte si dimentica: le parole non sono neutre. La narrativa dominante nei media spesso riflette — e talvolta rinforza — visioni paternalistiche o patologizzanti della disabilità, invece di restituire complessità, soggettività e autodeterminazione. Un linguaggio che parla su o per le persone con disabilità, e non con le persone con disabilità, è un linguaggio che delega, distanzia, stereotipa.
L’espressione “disabilicidio”, seppur forte, è servita a spingere tutte e tutti i partecipanti a considerare come certi modi di raccontare — involontari o superficiali — possano contribuire a rendere invisibili esperienze, storie di vita e diritti violati.
Donne con disabilità: doppia invisibilizzazione
La seconda parte, affidata alla giornalista e attivista Francesca Arcadu, ha affrontato un tema centrale: “Corpi narrati, vite semplificate: donne con disabilità e rappresentazione mediatica”.
Arcadu ha messo in evidenza come la rappresentazione mediatica delle persone con disabilità sia spesso modellata su archetipi antiquati: il “supereroe che supera la disabilità”, l’“eroina ispirazionale”, o la figura “meritevole di pietà”. In particolare, la rappresentazione delle donne con disabilità è doppiamente soggetta a stereotipi di genere che la cancellano come soggettività: se non sono “coraggiosamente eroiche” finiscono per essere invisibili, “passate sotto silenzio” nei racconti giornalistici o negli schermi televisivi.
La conseguenza? La disabilità resta un tema narrato a compartimenti stagni, spesso separato dalla vita quotidiana, dalle aspirazioni professionali, dalle relazioni e dalle scelte di autonomía — e di fatto categorizzata come “differenza” anziché riconosciuta come esperienza umana, con diritti, desideri e complessità.
Violenza invisibile: cosa significa e come riconoscerla
Il titolo dell’incontro richiama un concetto che spesso sfugge allo sguardo: la violenza invisibile. Partecipare a questa formazione ha messo in evidenza che non tutte le forme di oppressione si manifestano con segnali evidenti. Nei media e nella comunicazione, questa violenza si manifesta in modi sottili ma incisivi:
- attraverso un linguaggio paternalistico, ad esempio espressioni come “nonostante la disabilità…”;
- riducendo la disabilità a metafora o oggetto di commiserazione;
- raccontando esclusivamente storie eroiche o casi estremi, cancellando la quotidianità e la normalità;
- ignorando il ruolo delle persone con disabilità come protagoniste e produttrici dei propri contenuti;
- lasciando certi spazi informativi non accessibili, anche in formati audio o video.
Questa violenza non lascia lividi visibili, ma agisce silenziosa sul tessuto culturale, plasmando l’immaginario collettivo. Condiziona il modo in cui la società percepisce, comprende e include — o esclude — le persone con disabilità nella vita sociale, lavorativa e culturale, imponendo limiti invisibili alla piena partecipazione e al riconoscimento dei diritti.
Intersezione e contesto sociale: l’approccio inclusivo
L’incontro ha messo in luce come le difficoltà di rappresentazione siano spesso intrecciate a fattori sociali, culturali e di genere. La comunicazione inclusiva richiede di considerare:
- La relazione tra identità, disabilità e contesto sociale, comprendendo come norme, stereotipi e aspettative influenzino la percezione pubblica.
- L’accessibilità dei contenuti digitali e audiovisivi, garantendo a tutti gli utenti e a tutte le utenti l’accesso a informazioni, notizie e strumenti di formazione.
- L’intersezionalità nella narrazione, cioè come disabilità, genere, etnia e altri fattori si combinino nelle esperienze vissute.
Strumenti e pratiche: tradurre la teoria in azione
L’evento ha, inoltre, evidenziato che riconoscere il problema non basta: occorre agire concretamente. Alcune strategie chiave per una comunicazione inclusiva comprendono:
- Creare linee guida per un linguaggio rispettoso e inclusivo.
- Formare giornaliste, giornalisti e operatori/trici della comunicazione sui rischi di rappresentazioni distorte.
- Integrare nelle produzioni contenuti realizzati da persone con disabilità, non solo raccontati da terzi e terze.
- Confrontarsi direttamente con chi ha esperienza vissuta, evitando rappresentazioni mediatiche filtrate.
- Verificare le parole e le terminologie con consulenti o persone esperte in disabilità.
- Dare voce ai protagonisti e alle protagoniste delle storie, coinvolgendoli nella costruzione della loro narrazione.
- Evitare dualismi semplicistici (eroe/vittima), valorizzando la complessità delle esperienze reali.
- Rendere i media e i contenuti accessibili a chi utilizza tecnologie assistive.
L’obiettivo è trasformare la comunicazione in un laboratorio permanente di riflessione e cambiamento, in cui la dignità e la visibilità delle persone con disabilità siano al centro.
L’inclusione passa dal linguaggio
La formazione ha confermato che parole e immagini non si limitano a raccontare storie: plasmano la realtà. Un giornalismo che si definisce consapevole e inclusivo non può accontentarsi di evitare stereotipi; deve scardinare narrazioni preconfezionate, restituire voce e agenzia alle persone con disabilità, e mettere in discussione chi ancora decide al loro posto. Solo così la comunicazione smette di essere un eco di poteri consolidati e diventa strumento di rivoluzione sociale e culturale, capace di permettere a tutte e tutti di partecipare davvero, non solo di apparire nel dibattito pubblico.
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