Amare, avere una relazione, vivere la propria sessualità, decidere del proprio corpo e scegliere se diventare genitorə dovrebbero essere possibilità accessibili a ogni persona. Eppure, per molte persone con disabilità, queste dimensioni della vita continuano a essere ostacolate da barriere fisiche, pregiudizi, mancanza di informazioni accessibili e, nei casi più gravi, decisioni prese da altrə al posto loro.
A riportare l’attenzione sul tema è il nuovo rapporto dell’European Network on Independent Living (ENIL), dedicato alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi delle persone con disabilità. La pubblicazione rappresenta il primo appuntamento di una nuova serie annuale attraverso cui ENIL intende approfondire i 18 pilastri della Vita Indipendente, partendo dalle esperienze e dalle prospettive delle persone con disabilità.
Non è solo una questione di salute
Parlare di salute sessuale e riproduttiva significa parlare molto più che di accesso alle cure mediche.
Significa poter ricevere informazioni comprensibili e accessibili, avere un’educazione sessuale inclusiva, poter vivere relazioni affettive e sessuali, scegliere se e quando avere figli e prendere decisioni sul proprio corpo sulla base del consenso libero e informato.
Sono diritti riconosciuti anche dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. L’articolo 23, dedicato alla famiglia e alla vita privata, stabilisce tra l’altro il diritto a sposarsi e fondare una famiglia, a decidere liberamente il numero e la distanza tra i figli e a conservare la propria fertilità alle stesse condizioni delle altre persone.
Nella pratica, però, questi diritti non sono sempre pienamente accessibili.
L’OMS sottolinea da anni che le persone con disabilità hanno gli stessi bisogni di salute sessuale e riproduttiva delle altre persone, ma incontrano spesso ostacoli nell’accesso alle informazioni e ai servizi. Tra le barriere possono esserci strutture non accessibili, strumenti sanitari non adeguati, costi, trasporti difficili e atteggiamenti discriminatori da parte di chi lavora nei servizi.
Quando il pregiudizio decide al posto della persona
Uno degli ostacoli più profondi è però culturale.
Le persone con disabilità vengono ancora troppo spesso considerate, implicitamente o esplicitamente, come persone prive di desiderio sessuale, incapaci di vivere relazioni o non adatte alla genitorialità.
Questa infantilizzazione può avere conseguenze concrete: informazioni che non vengono fornite, decisioni mediche prese senza un adeguato coinvolgimento della persona, difficoltà nell’accesso alla contraccezione o alle cure ginecologiche e ostacoli alla possibilità di costruire una famiglia.
Il problema riguarda in modo particolare le persone con disabilità intellettive e psicosociali, che possono essere maggiormente esposte a sistemi di decisione sostitutiva, nei quali qualcunə altrə prende decisioni considerate “nel loro interesse”. Il Consiglio d’Europa ha evidenziato come la negazione della capacità giuridica possa intrecciarsi con violazioni dei diritti sessuali e riproduttivi.
Il principio dovrebbe essere l’opposto: garantire alla persona gli strumenti necessari per comprendere, scegliere e comunicare le proprie decisioni.
Informazioni accessibili e educazione sessuale per tuttə
Un’educazione sessuale realmente inclusiva non può limitarsi a rendere accessibili gli edifici scolastici.
Deve considerare anche modalità differenti di comunicazione e comprensione, fornendo informazioni in formati accessibili e parlando di sessualità, consenso, contraccezione, relazioni e prevenzione senza escludere le persone con disabilità.
L’accessibilità riguarda infatti anche l’informazione. La Convenzione ONU chiede agli Stati di garantire l’accesso alle informazioni attraverso formati e tecnologie accessibili, comprese modalità comunicative differenti.
Quando l’educazione sessuale non considera le persone con disabilità, il rischio non è soltanto quello di lasciare qualcunə senza informazioni. Significa anche aumentare la dipendenza da familiari, caregiver o professionistə per decisioni che dovrebbero poter essere prese dalla persona interessata.
Il diritto alla genitorialità
Un altro terreno sul quale stereotipi e discriminazioni possono diventare particolarmente evidenti è quello della genitorialità.
Avere una disabilità non cancella il desiderio di diventare genitorə e, soprattutto, non dovrebbe essere considerato di per sé un motivo per mettere in discussione la capacità di crescere un figlio.
La Convenzione ONU è esplicita: le persone con disabilità hanno il diritto di fondare una famiglia, decidere liberamente se avere figli e ricevere il sostegno necessario nell’esercizio delle responsabilità genitoriali.
Questo significa che l’obiettivo dei servizi dovrebbe essere quello di rimuovere le barriere e fornire supporto, non sostituirsi alla persona nelle decisioni.
Anche l’assistenza sanitaria durante la gravidanza e il parto deve essere accessibile e rispettosa. L’OMS ha documentato casi in cui donne con disabilità hanno incontrato rifiuti, pregiudizi o decisioni mediche prese sulla base della loro disabilità anziché delle loro effettive condizioni di salute.
Dalla discriminazione alla violenza
Esiste poi una dimensione ancora più grave: quella della violenza e della coercizione.
Le donne con disabilità risultano maggiormente esposte alla violenza del partner e alla violenza sessuale. Secondo l’OMS, le donne con disabilità hanno un rischio di violenza da parte del partner da due a quattro volte maggiore rispetto alle donne senza disabilità. L’organizzazione sottolinea inoltre che le persone con disabilità possono incontrare ulteriori ostacoli nell’accesso ai servizi di protezione e assistenza.
In questo contesto rientrano anche forme di coercizione riproduttiva, come sterilizzazioni, contraccezione o altre procedure effettuate senza un consenso libero e informato.
Il Consiglio d’Europa ha documentato il problema della sterilizzazione involontaria di donne con disabilità in diversi Paesi europei e ha collegato queste pratiche alla discriminazione, agli stereotipi sulla capacità genitoriale e alla negazione della capacità giuridica.
Non si tratta quindi soltanto di una questione sanitaria. È una questione di autonomia, dignità e diritti umani.
La disabilità non esiste mai da sola
Il rapporto di ENIL affronta inoltre il tema attraverso una prospettiva intersezionale.
Non tutte le persone con disabilità vivono infatti le stesse esperienze. Genere, orientamento sessuale, identità, provenienza, condizioni economiche e tipo di disabilità possono intrecciarsi e produrre barriere differenti.
Una donna con disabilità può quindi affrontare contemporaneamente discriminazioni legate al genere e alla disabilità. Una persona LGBTQIA+ con disabilità può incontrare ulteriori ostacoli nell’accesso ai servizi. Una persona migrante con disabilità può trovarsi davanti a barriere linguistiche, economiche e amministrative oltre a quelle legate all’accessibilità.
Per questo non basta parlare genericamente di “persone con disabilità”: le politiche devono tenere conto della loro diversità e delle diverse forme di discriminazione che possono sovrapporsi. Il Consiglio d’Europa indica proprio la discriminazione intersezionale come uno degli elementi da considerare nella tutela della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi.
Non solo problemi: esistono già esperienze positive
Il rapporto ENIL non si limita a fotografare le criticità. Raccoglie anche esperienze e pratiche sviluppate in diversi Paesi europei e non solo, mostrando possibili direzioni per rendere i servizi più inclusivi.
Tra gli approcci individuati figurano il supporto tra pari, la formazione delle figure professionali, servizi sanitari accessibili, il sostegno alla genitorialità e il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità nella progettazione delle politiche e dei servizi.
È un passaggio fondamentale: nulla su di noi senza di noi significa anche questo. Le persone direttamente interessate devono poter partecipare alla definizione delle risposte che riguardano i loro corpi, le loro relazioni e le loro vite.
La Vita Indipendente comprende anche il diritto di desiderare
La Vita Indipendente non può essere ridotta alla possibilità di abitare fuori da un’istituzione, studiare, lavorare o ricevere assistenza personale.
Significa avere controllo sulla propria esistenza.
Significa poter scegliere con chi vivere, chi amare, se avere una relazione, se avere rapporti sessuali, se diventare genitorə. Significa poter dire sì, ma anche poter dire no. Significa ricevere informazioni accessibili e poter prendere decisioni sul proprio corpo con il supporto necessario, senza che qualcunə si sostituisca alla persona.
E significa soprattutto riconoscere una cosa apparentemente semplice: le persone con disabilità hanno desideri, relazioni, corpi e progetti di vita proprio come tutte le altre persone.
Garantire i loro diritti sessuali e riproduttivi non significa quindi concedere qualcosa in più. Significa rimuovere gli ostacoli che impediscono a diritti già riconosciuti di diventare realmente accessibili.
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