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Un filo rosso ha guidato l’intera giornata: mettere a fuoco la consapevolezza. Con la terza edizione di Rifiorire – Riconoscere le Red Flag, Torino ha trasformato la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne in un appuntamento corale, fatto di ascolto, creatività e strumenti concreti per leggere i segnali della violenza quando si intreccia con la disabilità. Un tema complesso, spesso ignorato, che qui è stato affrontato attraverso linguaggi accessibili e inclusivi, capaci di restituire spazio e voce a chi troppo spesso rimane ai margini.
L’evento, organizzato dal Servizio Passepartout del Comune di Torino e dall’Associazione Verba nell’ambito del Servizio Antiviolenza per Persone con Disabilità Il Fior di Loto, ha riunito una rete di collaborazioni importanti: Associazione Mana, Volonwrite, Associazione ConTatto, Forma e Materia, Università di Torino, Università di Genova, Forme in Bilico, Collettivo Moleste e Associazione Mandala A.P.S. Con il sostegno di &PLUS Srl STP Società Benefit e il contributo gastronomico di Tapporosso e BottegainBio.
Il risultato è stato chiaro sin dalle prime ore: una giornata densissima, partecipata, capace di creare connessioni reali e di mostrare quanto la città sia pronta a “fare rumore” per rompere silenzi e riconoscere le Red Flag prima che diventino ferite.
Cinque laboratori per guardare la violenza con occhi nuovi
Tra le 10:30 e le 17:30, Rifiorire 3.0 ha costruito spazi sicuri in cui ognuno e ognuna potesse entrare senza timore e uscire con un frammento di consapevolezza in più. I laboratori, diversi per linguaggio ma uniti dalla stessa finalità, hanno permesso di “toccare” la violenza nei suoi segnali più sottili, quelli che spesso sfuggono o vengono normalizzati.
Caviardage – Quando le parole rivelano ciò che la violenza prova a cancellare
Tra i laboratori più intensi della giornata, il Caviardage – curato dal Servizio Passepartout – ha trasformato pagine di testo e immagini in un terreno emotivo in cui riconoscersi, riscriversi, riprendere voce.
L’attività è iniziata con un gesto semplice: ai partecipanti e alle partecipanti sono state proposte carte illustrate e pagine di testi narrativi. Ognuno ha scelto ciò che “risuonava” dentro di sé senza riflettere troppo — un’immagine, un simbolo, una frase letta per caso, un’emozione immediata.
Da lì è cominciato il lavoro vero: cancellare per far emergere ciò che davvero conta.
Righe barrate, parole lasciate vive, altre cerchiate, altre ancora eliminate con decisione. Il foglio, da testo pre-esistente, è diventato racconto nuovo, intimo, personale. Le poesie create sono state capaci di descrivere con sorprendente precisione vissuti complessi: paura, resistenza, confusione, desiderio di libertà.
Un frammento emerso durante il laboratorio ha sintetizzato lo spirito dell’intera giornata:
«Donne, guerriere, liberatevi dalle paure, dai giudizi e fate sentire la vostra voce».
Il Caviardage ha permesso di osservare la violenza da un’angolazione insolita: quella degli spazi bianchi, delle parole mancanti, delle frasi che non vengono pronunciate quando si vive un rapporto tossico.
In quel processo creativo, il silenzio ha trovato una forma, e ogni partecipante ha potuto restituire a sé stessə — e alla comunità — un pezzo di verità troppo spesso soffocato.
Un laboratorio di scrittura, sì. Ma soprattutto un laboratorio di riappropriazione del proprio senso, della propria storia e del proprio diritto di parlare.

Attività espressive – Le emozioni trovano forma
Se il Caviardage ha dato voce alle parole taciute, il laboratorio di Attività espressive, guidato da Forme in Bilico, ha restituito corpo alle emozioni attraverso un linguaggio ancora più immediato: quello del colore, del segno, del gesto.
La proposta iniziale è stata semplice e potentissima: disegnare “qualcosa che ti fa sentire felice”.
Un tema che, nella sua apparente leggerezza, ha aperto un varco gentile verso vissuti profondi. Davanti a fogli bianchi, matite, pennarelli e tempere, le persone hanno dato forma a piccoli frammenti di sé: case al mare che sanno di libertà, gatti morbidi che ricordano la cura, fiori e cieli che parlano di pace, arcobaleni come simboli di possibilità.
A chiusura del laboratorio, ogni persona ha condiviso la propria creazione: un gesto semplice, ma capace di creare un terreno comune in cui sentirsi riconosciutə. Le parole che hanno accompagnato i disegni hanno parlato di desiderio di protezione, di ricerca di leggerezza, di memorie felici che diventano ancore nei momenti difficili.
Il laboratorio ha mostrato una verità che spesso dimentichiamo: la violenza lascia tracce nel corpo, nella percezione di sé, nella capacità di immaginare il futuro.

Oreficeria – Creare un talismano di autodeterminazione
Il laboratorio di Oreficeria, curato da Forma e Materia aveva un obiettivo chiaro: realizzare un piccolo gioiello — ciondoli, orecchini o bracciali — utilizzando tecniche di base come il disegno, il taglio, la limatura e la lucidatura del metallo.
Guidati passo dopo passo, i partecipanti e le partecipanti hanno lavorato su lastre di rame per creare forme ispirate al fiore scelto come simbolo ufficiale di Rifiorire 3.0.
Il gesto di costruire con le proprie mani un elemento estetico — da portare, regalare o conservare — è stato vissuto da molti e molte come un’esperienza di consapevolezza: un modo per ricordare che è possibile rimettere insieme parti di sé, anche quando la violenza ha minato fiducia e percezione personale.
Il laboratorio ha unito dimensione pratica e significato simbolico: il fiore di rame è diventato un promemoria tangibile della possibilità di trasformazione, un oggetto che racconta un percorso individuale compiuto all’interno di un contesto collettivo. In una giornata dedicata a riconoscere i segnali precoci della violenza, questa attività ha rappresentato un esempio concreto di come strumenti semplici e gesti manuali possano aiutare a ritrovare controllo, precisione e presenza.

Fumetto – Dare un volto alle Red Flag
Il laboratorio di Fumetto, realizzato dal Collettivo Moleste e Alice Scavarda, in collaborazione con l’Università di Torino, l’Università di Genova e con la presenza della RAI per una ripresa dedicata al programma “O anche no”, ha offerto ai partecipanti e alle partecipanti uno strumento immediato per analizzare e rappresentare le dinamiche della violenza quotidiana.
L’attività prevedeva una serie di tavole pre-disegnate con vignette vuote: una storia base — il tragitto notturno di una giovane donna che torna a casa dal lavoro — lasciava spazio per essere completata e reinterpretata. Le persone coinvolte hanno scelto le sequenze, scritto i dialoghi, aggiunto pensieri e dettagli, trasformando una traccia narrativa in un racconto collettivo.
I contributi hanno evidenziato in modo diretto temi spesso sottovalutati: la paura nello spazio pubblico, i commenti indesiderati, il controllo sociale, l’iper-sorveglianza a cui molte donne sono costrette. Attraverso il linguaggio del fumetto — sintetico, visivo, accessibile — è stato possibile discutere con chiarezza ciò che, a parole, risulta talvolta difficile da esprimere.
Il laboratorio ha mostrato come le Red Flag possano manifestarsi non solo nelle relazioni intime, ma anche nei percorsi apparentemente ordinari della vita quotidiana. La costruzione condivisa delle vignette ha permesso ai partecipanti e alle partecipanti di analizzare situazioni reali, confrontarsi su ciò che viene normalizzato e riconoscere quanto sia importante, per chi vive una condizione di vulnerabilità o disabilità, potersi muovere in contesti più sicuri e consapevoli.
L’iniziativa si è distinta per l’approccio diretto e inclusivo: il fumetto è diventato uno strumento educativo capace di rendere visibili scenari complessi e di facilitare la discussione su esperienze difficili da verbalizzare. Un laboratorio che ha combinato creatività e analisi sociale, contribuendo in modo significativo al percorso di consapevolezza della giornata.

Risveglio energetico – Tornare al corpo
Il laboratorio di Risveglio Energetico, condotto dall’Associazione Mandala, ha rappresentato uno degli spazi più importanti per lavorare sulla dimensione fisica della consapevolezza. A differenza degli altri laboratori, qui l’attenzione non era concentrata sulla produzione artistica o narrativa, ma sull’ascolto del proprio corpo come strumento di percezione e limite.
L’attività si è svolta attraverso esercizi guidati di respirazione, movimenti lenti, pratiche di radicamento e semplici sequenze corporee. L’obiettivo era aiutare i partecipanti e le partecipanti a riconoscere tensioni, contratture e segnali fisici spesso presenti in chi vive situazioni di stress prolungato o ha affrontato forme di violenza.
Molte persone hanno evidenziato quanto la violenza – fisica, psicologica o relazionale – lasci tracce tangibili nel corpo: irrigidimento, difficoltà a percepire i confini, fatica nella gestione dello spazio. Il laboratorio ha permesso di osservare questi aspetti senza giudizio e in un ambiente guidato e sicuro.
Il lavoro corporeo si è rivelato particolarmente utile per chi vive una condizione di disabilità, perché ha offerto strumenti concreti per comprendere meglio le proprie reazioni e per recuperare una sensazione di presenza e sicurezza. Attraverso esercizi semplici ma mirati, i partecipanti e le partecipanti hanno potuto riconnettersi al ritmo personale, spesso compromesso da esperienze di controllo o sopraffazione.
Il laboratorio ha avuto un impatto significativo anche nella comprensione delle Red Flag: imparare ad ascoltare il corpo significa, infatti, riconoscere i primi segnali di disagio, tensione o allerta che spesso anticipano dinamiche problematiche.
Il Risveglio Energetico ha completato il percorso della giornata offrendo una prospettiva complementare: dopo aver lavorato sulle parole, sulle immagini e sulla manualità, il ritorno al corpo ha permesso di chiudere il cerchio, rafforzando l’idea che la prevenzione e la consapevolezza passano anche dalla capacità di percepire sé stessə in modo pieno e fiduciario.

Open Mic: quando la voce diventa resistenza
Dalle 17:30 alle 19:30 il microfono si è acceso, e la sala si è trasformata in un luogo di rivelazione.
Non un palco, ma un cerchio di ascolto.
La serata si è aperta con i saluti istituzionali: Giada Morandi, coordinatrice del Servizio Passepartout, ha ricordato l’impegno cittadino sul tema; Caterina Marinelli, presidente di Verba, ha sottolineato il lavoro quotidiano dell’associazione; Laura Stoppa, referente del Servizio Antiviolenza, e Alice Pescara psicologa del Servizio Antiviolenza per persone con disabilità, hanno portato i dati dell’anno – 108 accessi – ricordando che l’obiettivo non è solo intervenire dopo la violenza, ma prevenire quando le Red Flag iniziano a comparire.
Poi, le voci.
Una dopo l’altra, si sono alternate storie, poesie, monologhi, lettere e disegni, creando un mosaico di vissuti unico.
Tra i momenti più intensi:
- Valeria Alpi, giornalista e scrittrice, collegata online, ha condiviso riflessioni sul silenziamento delle donne con disabilità nello spazio pubblico;
- Le Massaie, un gruppo di donne inserite in un percorso di autonomia, hanno portato metafore visive fortissime: una figura stretta da un serpente, e il numero 1522 scritto al contrario, simbolo della confusione che spesso accompagna chi cerca aiuto;
- Francesca, educatrice, ha letto le parole della signora Gabriella, assente ma presente nella forza del suo testo;
- Gli autori e autrici della self-advocacy di Fondazione Time2 hanno proposto riflessioni sulla prevenzione, con richiami al ruolo degli uomini come alleati;
- Beatrice Tropini e Sara Oliva (Insuperabili) hanno portato un cartellone dedicato alla violenza verbale e le parole di Laura Gutierrez, ex calciatrice del Barcellona;
- Alessia Volpin, attivista e figura centrale del Disability Pride, ha condiviso un monologo incisivo e necessario.
E ancora lettere, testimonianze, video, monologhi toccanti che hanno attraversato tutta la platea.
La chiusura è stata affidata a un testo di Valeria Alpi tratto da La voce a te dovuta, un passaggio che ha lasciato la sala in un silenzio carico di significato.
L’arte come memoria collettiva: il contributo di SenzaDubbioLuci
Tra i momenti più significativi dell’Open Mic, un ruolo speciale lo ha avuto l’artista SenzaDubbioLuci, che per tutta la durata degli interventi ha trasformato emozioni, parole e storie in un’unica opera visiva. Seduta al fianco del pubblico, ha ascoltato ogni voce con attenzione e ha tradotto in segni, linee e colori ciò che veniva raccontato: fragilità, forza, paura, rinascita.
Il risultato è stato un disegno corale, realizzato in tempo reale, capace di raccogliere l’essenza della serata: un insieme di frammenti che compongono un’unica narrazione di resistenza. In quell’opera convivono simboli, immagini e metafore che hanno attraversato le letture e i monologhi, diventando una sorta di “mappa emotiva” dell’evento.
Il gesto artistico di SenzaDubbioLuci ha permesso di fissare nel visibile ciò che spesso scivola via nell’intangibile: il dolore condiviso, la solidarietà che nasce tra sconosciutə, la potenza di una comunità che sceglie di esporsi e di riconoscersi. La sua illustrazione è diventata così un contenitore di memoria, un punto di riferimento per chi ha partecipato e un simbolo visivo della forza collettiva che ha attraversato l’intera serata.

Rifiorire, davvero
Rifiorire 3.0 ha confermato quanto questo appuntamento sia diventato un punto di riferimento per chi lavora sul tema della violenza, soprattutto quando si intreccia con la disabilità. La giornata non si è limitata a proporre attività: ha costruito un contesto in cui elaborare, capire e nominare ciò che spesso resta sospeso o invisibile.
I laboratori hanno funzionato come strumenti di analisi e consapevolezza, ciascuno con una propria funzione: leggere le parole in modo critico, osservare le emozioni che il corpo trattiene, riconoscere i segnali di pericolo nelle relazioni, immaginare scenari di autodeterminazione. L’Open Mic ha aggiunto una dimensione pubblica e corale, offrendo spazio a testimonianze, riflessioni e storie che raramente trovano una piattaforma così aperta.
L’edizione 2025 ha centrato il proprio obiettivo: riportare al centro del discorso pubblico la complessità della violenza che riguarda le donne e le persone con disabilità, e farlo con strumenti accessibili, concreti e partecipativi.
Torino, ancora una volta, ha mostrato che riconoscere le Red Flag è possibile solo se la comunità sceglie di guardarle insieme.
E, ancora una volta, ha rifiorito.
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