Le scuse sono arrivate. Dopo le polemiche nate da una frase pronunciata in tv sugli insegnanti e le insegnanti di sostegno, Gerry Scotti è intervenuto pubblicamente per chiarire e correggere il tiro. Un passo importante, che riconosce la sensibilità del tema e il peso delle parole quando si parla di scuola e disabilità.
Ma la questione, nel frattempo, si è fatta più ampia. Perché se da un lato le scuse chiudono — almeno formalmente — una polemica, dall’altro riaprono una domanda che resta ancora senza risposta: che valore attribuiamo davvero, oggi, al sostegno nel sistema scolastico italiano?
Le parole e il loro peso
Il punto non è solo cosa è stato detto, ma perché ha generato una reazione così forte.
Quando si parla di insegnanti di sostegno, infatti, si tocca un equilibrio delicato, fatto di diritti, professionalità e quotidianità spesso invisibili. Le parole contano perché contribuiscono a costruire — o a indebolire — il riconoscimento di un ruolo che, nella pratica, è centrale.
Le scuse di Scotti vanno lette in questo senso: come un segnale di attenzione, ma anche come il riflesso di un dibattito che esiste già, e che va ben oltre un episodio televisivo.
Un ruolo ancora frainteso
In Italia, la figura dell’insegnante di sostegno continua a essere attraversata da ambiguità profonde.
Da un lato, è una presenza fondamentale per garantire il diritto all’istruzione degli studenti e delle studentesse con disabilità. Dall’altro, è ancora troppo spesso percepita come un supporto “aggiuntivo”, accessorio, quasi marginale rispetto al resto del percorso educativo.
Questa visione si riflette anche nelle condizioni concrete di lavoro: precarietà diffusa, continui cambi di assegnazione, carichi elevati, mancanza di continuità didattica. Elementi che non solo incidono sulla qualità dell’insegnamento, ma mettono in difficoltà studenti e studentesse, famiglie e docenti stessi.
Inclusione o delega?
C’è poi una questione più profonda, che riguarda il modello stesso di inclusione scolastica.
In teoria, la scuola italiana è tra le più avanzate in Europa sul piano normativo. L’inclusione è un principio riconosciuto, strutturato, condiviso.
Nella pratica, però, il rischio è che l’inclusione si trasformi in delega.
Che tutto ciò che riguarda la disabilità venga affidato esclusivamente all’insegnante di sostegno, sollevando il resto della classe docente da una responsabilità che invece dovrebbe essere collettiva.
In questo scenario, il sostegno smette di essere uno strumento di inclusione e diventa un contenitore separato, che rischia di isolare invece che integrare.
Il punto non è la polemica
Le scuse di Gerry Scotti, in questo senso, sono solo un punto di partenza.
Perché il problema non è una frase infelice, ma il fatto che quella frase abbia trovato spazio in un immaginario già esistente. Un immaginario in cui il sostegno è ancora percepito come una soluzione di ripiego, più che come una competenza specifica, costruita, necessaria.
Ed è proprio questo che la polemica ha riportato al centro: non un errore individuale, ma una questione sistemica.
Ripartire da qui
Forse allora vale la pena usare questa occasione per spostare lo sguardo.
Per riconoscere il lavoro quotidiano di insegnanti di sostegno, ma anche per interrogarsi su cosa manca perché quel lavoro possa essere davvero efficace.
Formazione, continuità, riconoscimento professionale, responsabilità condivisa: sono questi i nodi su cui si gioca il futuro dell’inclusione scolastica.
Perché il sostegno non è un “di più”.
È parte integrante del diritto all’istruzione.
E finché continueremo a trattarlo come qualcosa di separato, il rischio sarà sempre lo stesso: chiamarla inclusione, senza riuscire davvero a praticarla.
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