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Siblings Day: Paideia dà voce a fratelli e sorelle invisibili

Data di pubblicazione 28 Maggio 2026
Tempo di lettura Lettura 5 minuti

Ci sono bambini e bambine che imparano molto presto a non chiedere troppo. A diventare autonomi, comprensivi, “facili da gestire”. Succede spesso nelle famiglie in cui cresce una persona con disabilità: l’attenzione quotidiana si concentra inevitabilmente sulle necessità più urgenti e fratelli o sorelle finiscono per occupare uno spazio silenzioso, quasi invisibile.

Eppure ci sono anche loro. Con le loro paure, le emozioni trattenute, le domande mai fatte e il bisogno di sentirsi ascoltati senza sensi di colpa.

Sono i cosiddetti siblings, termine utilizzato per indicare fratelli e sorelle di persone con disabilità. Un’esperienza che non riguarda soltanto l’infanzia, ma accompagna spesso tutta la vita adulta, influenzando identità, relazioni, scelte future e percezione di sé.

Per questo Fondazione Paideia, realtà che da oltre trent’anni sostiene bambini, bambine e persone con disabilità insieme alle loro famiglie, ha scelto di dedicare una giornata interamente a loro: il primo Siblings Day, organizzato in vista della Giornata Europea dei Siblings del 31 maggio.

Chi sono i siblings e perché se ne parla ancora troppo poco

Per molti anni il tema dei siblings è rimasto quasi assente dal dibattito pubblico e persino dai percorsi di supporto familiare. L’attenzione era rivolta soprattutto — e comprensibilmente — alla persona con disabilità e ai genitori caregiver, mentre fratelli e sorelle venivano percepiti come figure “forti”, capaci di adattarsi spontaneamente alla situazione familiare.

Negli ultimi anni, però, psicologi e psicologhe, educatori ed educatrici hanno iniziato a evidenziare quanto questa invisibilità possa avere conseguenze profonde. I/le siblings spesso sviluppano precocemente senso di responsabilità, ipercontrollo emotivo e tendenza a mettere da parte i propri bisogni per non aumentare il carico familiare. In molti casi imparano a “non disturbare”, diventando bambini e bambine molto maturi, ma anche particolarmente esposti a solitudine, ansia o senso di colpa.

Come spiegano i percorsi sviluppati da Fondazione Paideia insieme allo psicologo e psicoterapeuta Andrea Dondi, il rischio più grande è che questi vissuti rimangano senza parole.

Non a caso Don Meyer, fondatore del Siblings Support Project, definiva l’essere sibling come “una questione che dura tutta la vita”. Un rapporto che accompagna la crescita e che continua anche nell’età adulta, quando emergono nuove domande legate al futuro, alla cura, all’autonomia e alla responsabilità familiare.

Il primo Siblings Day di Fondazione Paideia

Da questa consapevolezza nasce il primo Siblings Day organizzato da Fondazione Paideia all’interno del progetto Paideia Siblings Hub, realizzato grazie al sostegno di For Funding, la piattaforma di crowdfunding di Intesa Sanpaolo.

L’iniziativa, ospitata sabato 23 maggio al Centro Paideia di Torino, non è stata pensata come una semplice ricorrenza simbolica, ma come uno spazio concreto di ascolto, confronto e riconoscimento reciproco.

La mattina è stata dedicata agli adulti e alle adulte: uomini e donne che convivono da anni con responsabilità emotive profonde, spesso difficili da raccontare anche all’interno della propria famiglia. Guidati da Andrea Dondi insieme agli operatori e alle operatrici della Fondazione, i partecipanti e le partecipanti hanno preso parte a un momento di confronto collettivo dove esperienze personali, fragilità e vissuti sono diventati occasione di dialogo e riconoscimento.

Nel pomeriggio, invece, protagonisti sono stati bambini, bambine, ragazzi e ragazze dagli 8 ai 18 anni. Il Parco Michelotti si è trasformato in uno spazio dove potersi raccontare senza sentirsi obbligati a essere “quelli forti”. Giochi cooperativi, attività di immedesimazione e una caccia al tesoro emotiva sono diventati strumenti per dare forma a emozioni spesso trattenute o mai verbalizzate.

Un lavoro che va avanti tutto l’anno

Il Siblings Day rappresenta però solo una parte di un percorso molto più ampio che Fondazione Paideia porta avanti da oltre dieci anni.

Nel 2024 sono stati 125 i siblings coinvolti nei percorsi di supporto della Fondazione tra gruppi di ascolto, laboratori creativi, teatro, incontri dedicati e attività costruite per accompagnare l’intero nucleo familiare.

Un dato racconta più di tutti quanto questo bisogno sia reale: la fascia più numerosa è quella degli adulti, con 42 partecipanti, pari al 30% del totale. Un segnale che mostra chiaramente come il ruolo di sibling continui a incidere anche molti anni dopo l’infanzia.

Per questo motivo nel 2025 Paideia ha deciso di rendere permanenti anche due gruppi online dedicati ai giovani adulti provenienti da tutta Italia. Spazi mensili di confronto dove condividere esperienze, paure e responsabilità che spesso rimangono invisibili persino all’interno della famiglia stessa.

Accanto ai gruppi rivolti ai siblings, continua anche il lavoro con genitori, insegnanti, operatori e operatrici attraverso percorsi di counselling, formazione e consulenze. L’obiettivo è costruire un approccio realmente centrato sull’intera famiglia, riconoscendo che la disabilità non riguarda mai una sola persona, ma modifica profondamente gli equilibri emotivi e relazionali di tutto il nucleo familiare.

“Dare voce ai siblings” significa ripensare il concetto di cura

Uno degli aspetti più importanti del lavoro portato avanti da Fondazione Paideia è il cambio di prospettiva sul concetto stesso di cura. Per molto tempo i siblings sono stati osservati soprattutto attraverso le difficoltà e i rischi psicologici legati alla loro esperienza. Oggi invece si prova a costruire uno sguardo più complesso.

Molti siblings sviluppano infatti una forte capacità empatica, una grande sensibilità relazionale e una profonda attenzione verso gli altri. Ma queste caratteristiche non devono trasformarsi automaticamente in un peso o in un’identità obbligata.

Sostenere i siblings significa allora permettere loro di esistere anche al di fuori del ruolo di “fratello o sorella di”. Significa creare spazi dove possano sentirsi semplicemente bambini, adolescenti o adulti con bisogni propri, senza dover sempre dimostrare maturità o forza.

Ed è proprio questo che prova a fare il lavoro di Paideia: ricordare che dentro una famiglia nessuno dovrebbe sentirsi invisibile.

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